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Chi era don Tonino… il volto più Bello della Chiesa

by Redazione
20 Aprile 2025 17:15
in Attualità
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Se lo chiamavi Eccellenza quasi ti rimproverava, ‘mi chiamo Tonino, don Tonino‘. Ce ne aveva messo di tempo prima di accettare di far parte del gruppo ristretto degli apostoli di Gesù.

Papa Giovanni Paolo II lo aveva nominato vescovo, ma il prete semplice che era e sarebbe sempre stato Antonio Bello da Alessano non ne voleva sapere. “Non sono degno, grazie, faccio quello che devo fare senza alcuna pretesa, il resto come vuole Dio”. Poi il papa tornò alla carica e alla fine ci pensò il vescovo Michele Mincuzzi, che era stato per diversi anni alla guida della diocesi più meridionale della Puglia, a convincerlo. “Tonino devi accettare figlio mio, non ti puoi più tirare indietro, il Papa non vuole un altro vescovo, vuole te”. “E allora mi consacrerai tu Eccellenza…” E così andarono le cose: l’arcivescovo di Lecce, impose le mani al suo don Tonino.

Il piccolo prete ascoltò la volontà della Chiesa, della sua Chiesa, perché don Tonino Bello non era solo un benefattore, un uomo buono e un profeta, era innanzitutto un prete. Sì, uno di quelli che la domenica faceva la predica durante la Messa e distribuiva la comunione, uno di quelli che spiegava il Vangelo e lo faceva capire, uno che confessava e pregava. Solo che poi faceva tante altre cose, quelle cose che molti hanno visto e saputo successivamente, principalmente dopo la sua scomparsa, avvenuta il 20 aprile 1993.

La sua Chiesa era quella di Molfetta, piccola diocesi a nord di Bari, territorio che ha guidato per 11 anni segnando per sempre la storia di quelle contrade. Il vescovo di Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi era Antonio Bello, luoghi come tanti ma soprattutto tanti luoghi, perché quattro sedi in una sola diocesi non si vedono da nessun’altra parte.

La letteratura di questi anni ci ha detto, lo ha detto a chi non lo ha conosciuto in vita, ma lo conosce oltre la morte, che don Tonino era un servitore degli uomini, dei poveri, dei deboli, dei malati. Era uno che si caricava la croce per scaricarla dalle spalle di chi era oppresso da pesi insostenibili. Poi creava le condizioni… Diciamo che se c’era da sfamare provvedeva al cibo, se c’era da dare un tetto apriva casa sua, se c’era da predicare la pace andava sotto le bombe in Jugoslavia, portandosi dietro la sua umanità e dentro il cancro, quella malattia che lo avrebbe fatto morire dopo qualche mese, ma che un attimo prima di quel momento non lo aveva ancora fermato.

I funerali di don Tonino Bello furono un’adunata di popolo. Dopo tanti anni le banchine del porto di Molfetta avvertono ancora le vibrazioni di quelle anime che vi hanno pregato e pianto. Tante ginocchia si sono piegate davanti a quel mite vescovo del capo di Leuca.

Tags: don-tonino-bello
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