Detenuti ‘parcheggiatori’ al Vito Fazzi. Progetto rimandato a data da destinarsi

L’accordo fra la Casa Circondariale e la direzione della Asl per l’inserimento di 10 detenuti in attività lavorative sembra aver incontrato una battuta d’arresto. Secondo l’associazione Salute Salento diverse sarebbero le difficoltà incontrate.

Solo qualche giorno fa, una puntata di Report aveva riacceso i riflettori sul tema delle carceri italiane, un argomento non facile da affrontare e che presenta mille sfumature diverse: dal sovraffollamento alle condizioni, spesso al limite, in cui sono costretti a vivere i detenuti, dalla carenza di attività rieducative, al numero di suicidi avvenuti dietro le sbarre. E solo per citarne alcuni.  
 
Nell’inchiesta della nota trasmissione di Rai3, dal titolo “il risarcimento” che ha fatto non poco discutere all’indomani dalla messa in onda, non tutti sono stati d’accordo con la provocazione lanciata nel servizio. Insomma, la proposta di far lavorare obbligatoriamente tutti i detenuti in salute, ad alcuni ha fatto storcere il naso, un po’ per la rappresentazione fatta degli istituti di pena del Belpaese descritti come luoghi dove le persone rinchiuse vivono a spese della collettività, gravano sulle casse dello Stato, mangiano ‘a sbafo’ e oziano tutto il giorno, un po’ perché costringere i carcerati a  svolgere un mestiere gratuitamente farebbe tornare indietro nel tempo a quando esistevano i lavori forzati. 
 
«Tutti i detenuti in salute dovrebbero essere obbligati a lavorare, perché nel lavoro c’è il loro recupero e anche quello delle spese giudiziarie, oltre a quelle per il mantenimento in carcere – spiega Milena Gabanelli– invece  nella maggior parte delle carceri italiane i detenuti giocano a carte o guardano la televisione. E il 70% quando esce torna a delinquere».
 
Senza entrare nel merito delle polemiche va detto che esiste realmente una legge secondo cui i condannati in via definitiva possono lavorare per saldare le spese processuali o risarcire le vittime dei loro reati. In teoria, però, dovrebbero essere retribuiti. C’è poi un’altra legge che permette di impiegare gratuitamente i detenuti in lavori di pubblica utilità, come la pulizia dei parchi, delle strade, dei muri, degli argini dei fiumi o del fango delle alluvioni. Insomma, sulla carta sarebbe possibile ma in pratica?
 
Nel Salento qualcosa sembrava muoversi grazie ad un’intesa raggiunta e siglata tra il carcere di borgo San Nicola e la Asl di  Lecce.  La delibera dell’accordo del 27 ottobre, prevedeva, infatti, l’impiego di non più di 10 detenuti in piccoli lavori di manutenzione degli stalli di sosta e della segnaletica sia all’interno del parcheggio dell’Ospedale “Vito Fazzi”, sia nel perimetro della Cittadella della Salute, il Poliambulatorio di piazza Bottazzi.
 
Ai dirigenti della Casa circondariale era stato affidato il compito di selezionare i detenuti, mentre l’organizzazione del lavoro, dei relativi orari e la dotazione delle attrezzature necessarie era stata affidata alla Azienda sanitaria leccese. I 10 reclusi nel penitenziario alle porte del capoluogo barocco avrebbero così dovuto prestare servizio a titolo gratuito dalle 8.00 alle 13.00, esattamente dal 10 novembre, giorno in cui il progetto avrebbe dovuto prendere il via.
 
Come fa notare l’associazione “Salute Salento qualcosa nell’iter sembra non aver funzionato. Come si legge nella nota, nei giorni scorsi la direzione dell’Istituto penitenziario ha comunicato alla Asl che si sta procedendo all’individuazione dei soggetti idonei a partecipare al progetto ma, a quanto è dato sapere, la selezione dei detenuti “meritevoli” di rieducazione e reinserimento sociale, in attuazione dell’art. 27 della Costituzione, si è rivelata più difficile e complicata del previsto. Non solo, altrettante difficoltà si stanno incontrando nella destinazione dei “tutor” che  dovranno controllare il comportamento dei “lavoratori”, magari alle prese con gli automobilisti che lasciano la macchina in sosta, al fine di segnalare eventuali inadempienze o comportamenti scorretti.
 
Il progetto ha la durata di 12 mesi e potrà essere annullato da entrambe le parti per motivate ragioni.



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