Ci sono date che non appartengono soltanto al calendario, ma al ricordo. Il 12 luglio 2016 è una di queste. Quel giorno, lungo la tratta ferroviaria Andria-Corato, due treni si scontrarono frontalmente su un tratto a binario unico, trasformando un normale viaggio in quello che sarebbe passato alla storia come un disastro ferroviario, una delle più gravi tragedie su rotaie della storia del nostro Paese. Morirono 23 persone, colpevoli soltanto di essere salite sui convogli coinvolti nell’incidente avvenuto in aperta campagna, a pochi passi da una vecchia casa cantoniera. 51 rimasero ferite. Nessuno poteva immaginare che quei due convogli stessero correndo uno verso l’altro.
Impossibile dimenticare le immagini del disastro ferroviario di Andria-Corato: quei convogli che, visti dall’alto, sembravano due modellini Lego in pezzi, le carrozze accartocciate tra gli ulivi, i rottami sparsi nella campagna assolata. E i video delle ricerche disperate, quando il silenzio necessario per trovare i feriti, per ascoltare un lamento o una voce, era interrotto solo dalle cicale, testimoni di un dramma consumato in un afoso giorno d’estate.
Il disastro ferroviario tra Andria e Corato
Era 12 Luglio 2016. Qualcosa nel sistema di comunicazione andò storto. L’impatto tra i due convogli fu devastante. Viaggiavano in direzioni opposte su una tratta a binario unico, regolata all’epoca dal sistema del blocco telefonico, una procedura che negli anni successivi sarebbe stata definita obsoleta dalle indagini, non più adeguata agli standard di sicurezza richiesti.
Delle prime carrozze restò ben poco, se non un ammasso di lamiere accartocciate, vetri infranti, pezzi volati via sulla terra rossa delle campagne come la vita di 23 persone. I macchinisti Pasquale Abbasciano, ad un passo dalla pensione e Luciano Caterino che guidava il convoglio giallo, quello proveniente da Bari non hanno avuto nemmeno il tempo di azionare la frenata d’emergenza, anche a causa della scarsa visibilità della curva in cui avvenne la collisione. Persero la vita, in un disperato tentativo di salvarne altre.
Tra le vittime c’era anche l’agricoltore Giuseppe Acquaviva rimasto ucciso dalle lamiere mentre lavorava nei campi. Stava tagliando alcuni rami degli ulivi nel suo terreno, quando è stato travolto in pieno dai pezzi di lamiera, ferro e vetri esplosi nell’abbraccio mortale. Il 51enne è l’unica vittima del disastro ferroviario che non è stata recuperata tra i rottami dei convogli.
Ci sono, poi, altri nomi che non devono essere dimenticati. I passeggeri Serafina Acquaviva, Maria Aloysi, che aveva preso il treno all’ultimo minuto, Alessandra Bianchino, Rossella Bruni, Pasqua Carnimeo, Enrico Castellano, Michele Corsini, Albino De Nicolo, Salvatore Di Costanzo, Giulia Favale, Nicola Gaeta, Jolanda Inchingolo, riconosciuta grazie all’anello di fidanzamento. E ancora Benedetta Merra, Donata Pepe, Maurizio Pisani, Giovanni Porro, Fulvio Schinzari, Francesco Tedone, Gabriele Zingaro e Antonio Summo. Aveva mal di pancia e suo padre gli aveva consigliato di non andare ad Andria, ma lui non ha sentito ragioni: è andato a scuola perché voleva recuperare due debiti formativi. Se n’è andato a 15 anni perché la lezione sarebbe finita fatalmente prima.
Corpi recuperati dai soccorritori che hanno scavato senza sosta, a mani nude, tra le lamiere, senza mai smettere di sperare.
Nomi e storie di chi è andato incontro alla morte senza saperlo. Un contadino che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una futura sposa che si stava preparando al giorno più bello della sua vita. E lo studente che stava tornando a casa, a Ruvo di Puglia, pronto a godersi l’estate dopo aver sostenuto gli esami per superare due debiti.
Più di 50 passeggeri riportarono ferite più o meno gravi. Impossibile dimenticare il piccolo Samuele, il bambino salvato dalla nonna, morta nell’incidente, ed estratto dalle macerie dai vigili del fuoco che gli hanno vedere un cartone animato sul telefonino per distrarlo durante le operazioni.
Una ferita che il tempo non cancella
Sono trascorsi anni, ma il dolore non si misura con il calendario. Ogni 12 luglio la Puglia si raccoglie nel ricordo di quelle 23 vite spezzate perché “qualcosa” in quel maledetto martedì di luglio non ha funzionato: uno dei due treni non doveva trovarsi su quella tratta che dal 2013 – quando è stato creato il collegamento con l’aeroporto di Bari-Palese – ha visto aumentare enormemente i volumi di traffico. Quel binario unico regolato con il blocco telefonico (la chiamata tra stazioni) quel pezzo di rotaia che corre tra gli ulivi simbolo di questa terra, è diventato teatro di una tragedia inspiegabile che ha ferito nel cuore la Puglia.
Tra gli ulivi della campagna tra Andria e Corato oggi resta il ricordo di quel silenzio irreale, delle sirene, delle mani che scavavano tra le lamiere e delle famiglie che aspettavano una telefonata che avrebbe cambiato per sempre le loro vite.
Perché il disastro ferroviario del 12 luglio 2016 non è soltanto una pagina di cronaca.
È una storia di persone. Di sogni interrotti. Di famiglie spezzate. Di una comunità che continua a custodire la memoria di chi, quella mattina d’estate, salì su un treno senza sapere che non sarebbe mai tornato a casa.






