“I miei errori siano una lezione per gli altri ragazzi”, la lettera di un giovane detenuto

Antonio, 26 anni, è in carcere da 4 anni dove sconta una pena per gli errori che ha commesso in passato. Errori da cui tutti possono imparare.

Nella vita si commettono errori, errori che non si possono più dimenticare. Alcuni di questi possono avere conseguenze che si portano sulla pelle per sempre. Altri, invece, possono finire per ferire qualcuno, o peggio… Ma è sempre quello che facciamo di questi errori che ci distingue gli uni dagli altri. Antonio è un ragazzo di 26 anni che sconta la sua pena tra quattro mura, pensando agli sbagli fatti 4 anni prima.

Cattive amicizie, droga e il desiderio di avere un certo stile di vita l’hanno portato a fare cose di cui non immaginava le conseguenze. E sono le conseguenze che ci travolgono, che arrivano forti come uno schiaffo in viso. Affida ad una lettera a Leccenews24.it la sua riflessione che pubblichiamo grazie alla segnalazione delle persone che in carcere si prendoo cura di lui.

“Oggi la gente ti giudica solo per quello che fai vede soltanto la maschera ma non sa realmente chi sei, devi mostrarti invincibile e conquistare trofei ma quando piangi in silenzio scopri davvero chi sei. Credo negli esseri umani…” (M. Mengoni)

Sono uno dei tanti ragazzi che per un motivo o per un altro oggi è chiuso in carcere a guardare il sole dalle sbarre. È da tempo che mi domando se avessi dovuto o meno scrivere queste righe. Forse non le leggerà nessuno o nessuno mai le pubblicherà. Ma non importa, serve a me, le scriverò comunque.

Ero un ragazzo tranquillo, ma le amicizie sbagliate, la droga, e soprattutto il desiderio di una “bella vita”, mi hanno portato a fare cose delle quali mi pentirò per sempre.

Mi ero costruito un personaggio invincibile, senza scrupoli né paure, né emozioni. Mi sentivo come un carro armato che va dritto per la sua strada e abbatte, calpesta tutto ciò che ha davanti.

Non c’erano regole e, se c’erano, non avevano alcuna importanza per me. Così ho continuato a giocare sporco, fino a quando il carro armato non si è scontrato contro un muro insormontabile, ma era troppo tardi. Ho ucciso una persona. Da allora sono passati più di 4 anni, ma non c’è giorno in cui il ricordo di ciò che ho fatto non riaffiori alla mia mente.

All’inizio sembrava un gioco e non mi rendevo conto di ciò che avevo fatto, o forse la mia mente non lo accettava. Mi rifiutavo di pensare, continuavo a combattere contro tutto e tutti, per non sentire la colpa. Ma il vero avversario era dentro di me. Oggi ne sono più consapevole.

Ero in una situazione complicata, ero solo e per risalire su mi affidavo a un uomo che non conoscevo. A modo suo cercava di aiutarmi, ma ha usato le mie difficoltà, la mia vulnerabilità cercando di manipolarmi.

E io da testa vuota ci cascavo, tutti i giorni. Mi ha oppresso, usato, manipolato.

Cercavo un aiuto, a modo mio, ma ormai tutte le porte erano chiuse e quelle poche aperte portavano ad una sola direzione: inferno!

Ci sono arrivato. Scrivo dall’inferno e credetemi se vi dico che è facile arrivarci ma difficile uscirci. Così come è facile arrivare in alto ma è difficile rimanerci. È come se stessi scalando una montagna a mani nude, senza protezioni, con la convinzione di sapere che, se questa volta cadrò, sarà per sempre.

La rabbia, la paura mi hanno portato a reagire in modo violento ed è solo per questo che ho pensato che con un coltello avrei ripreso in mano la mia dignità.

Ma oggi so di sbagliarmi perché ho capito che in questo mondo nessuno ha diritto di decidere chi debba vivere e chi no. La rabbia e la paura, tutt’ora le provo ma sono risorse forti. A volte è difficile controllarle, sembra che siano loro a controllare me.

Ma sono ancora qui a raccontarvi questo sperando che a qualcuno possa servire. Chiunque stia leggendo. Credeteci, non è impossibile. Se vuoi, puoi”.

Antonio C., 26 anni