Nando Popu stuzzica Lecce2019. «La musica troppo spesso sostituisce la politica»

Nando Popu ha provato, insieme all’orchestra Ico Tito Schipa, l’inno di Lecce2019. Il tutto in uno scenario suggestivo e pieno di entusiasmo. Il Politeama Greco, i sindaci di tutte le città salentine, la traduttrice in Lis per i non vedenti e tantissime delegazioni di ragazzi.

“Quista è casa mia, terra mia, lu Salentu nu no se tocca…”. È questo lo slogan, il ritornello dell’inno ufficiale di Lecce2019, cantato da Nandu Popu accompagnato dall’orchestra ICO Tito Schipa. È questo il senso principale del pezzo ideato e scritto da uno dei componenti dei Sud Sound System e che sarà cantato insieme al coro popolare alla presenza dei Commissari dell’Unione Europea che saranno chiamati a dare il verdetto sulla Capitale della Cultura Europea 2019.

E così, mentre i giudici arrivavano a Porta San Biagio e cominciavano a fare il primo giro perlustrativo della città, Nando Popu provava, insieme all’orchestra, il coro performance. Il tutto in uno scenario suggestivo e pieno di entusiasmo. I sindaci di tutte le città salentine, la traduttrice in Lis per i non vedenti e tantissime delegazioni di ragazzi, studenti o semplicemente cittadini interessati e chiamati a raccolta per il grande evento. Tutto doveva essere studiato nei minimi dettagli e tutto è stato fatto accuratamente per non lasciare nulla al caso.

Il cantante al suo arrivo non ha nascosto tutta la sua soddisfazione ed il suo orgoglio per il ruolo che gli è stato affidato per l’occasione, ma ha voluto soprattutto puntualizzare il senso delle sue parole, del suo inno, a chi è indirizzato e come deve essere interpretato. Non troppo velate ci sono le critiche verso chi può fare e non fa nulla per difendere il territorio salentino, il territorio pugliese in generale. Il pensiero va ovviamente al gasdotto Tap e ai politici che hanno permesso l’ideazione del programma da parte della multinazionale svizzera.

Queste le parole di Nandu Popu: “La parte principale di tutto il contesto Lecce2019 è proprio la difesa del nostro territorio, della nostra terra. Non ci può essere cultura in una città, in una Provincia tristemente martoriata da agenti patogeni e da veleni che non arrivano neanche dalla nostra Provincia, ma arrivano da Taranto, dall’Ilva. Certo abbiamo anche noi i nostri mostri sacri, come l’inceneritore di Galatina, i veleni sotterrati. Poi abbiamo altri problemi, tipo la xylella, il turismo contaminato dalla malavita organizzata sui litorali. La cultura è rivoluzione, ma siccome i politici troppo spesso non svolgono il loro ruolo, dobbiamo noi artisti fungere da portatori di verità e virtù, e vestire il vestito di coloro che vogliono cambiare qualcosa. Questo non dovrebbe essere un compito degli artisti, ma visto che la politica dorme, noi ci rigiriamo le maniche è ci diamo da fare. Questa è cultura”.