Processo per la morte di Gregorio Durante, Mellone: ‘vicini alla famiglia, vogliamo la verità’

​Alla vigilia della prima udienza del processo di appello per la morte di Gregorio Durante, il neretino morto nel carcere di Trani, il sindaco Pippi Mellone rinnova l’auspicio di verità e giustizia su una vicenda che ha molte analogie con quella di Stefano Cucchi.

«Verità e giustizia». È quello che chiede il primo cittadino Pippi Mellone, alla vigilia della prima udienza del processo di appello per la morte di Gregorio Durante, deceduto in circostanze misteriose la notte del 31 dicembre del 2011 nella sua cella del carcere di Trani. Il caso del 34enne, originario di Nardò e figlio di Pippi (il boss accusato di aver ucciso Renata Fonte), ricorda sotto molti aspetti la vicenda di Stefano Cucchi.
 
L’uomo soffriva di crisi epilettiche associate a crisi psicomotorie a causa di un’encefalite contratta nel 1995, quando aveva 17 anni. Una malattia tenuta sotto controllo grazie ad una terapia adeguata che era stata bruscamente interrotta una volta entrato nel penitenziario, dove il suo cuore ha smesso di battere. La sentenza di primo grado, che ha condannato a quattro mesi di reclusione il direttore sanitario dell’istituto, non ha restituito la pace alla mamma e alla compagna di Gregorio che si sono sempre battute conoscere che cosa realmente sia accaduto nei giorni precedenti a quella maledetta notte di San Silvestro.
 
«Mi associo alle speranze della famiglia – spiega il primo cittadino – c’è assoluto bisogno di una pronuncia giudiziaria che faccia finalmente chiarezza su punti oscuri e dubbi di questa triste esperienza carceraria e che individui le giuste responsabilità del decesso. Pretendere di sapere come e perché un cittadino è morto nelle mani di uno Stato, che si chiami Durante, Cucchi o Regeni, è una battaglia di civiltà».
 
«Mi stanno facendo morire» aveva scritto Gregorio in una lettera inviata alla consorte. Le cronache di quei giorni raccontano di numerosi interventi del 118 e di un ricovero nell’Ospedale di Bisceglie da cui fu dimesso il 13 dicembre. Secondo familiari, l’uomo era stato costretto a rimanere tre giorni in isolamento perché accusato di aver "simulato una malattia". Insomma, perché fingeva di star male.
 
Ora, la famiglia cerca solo la verità.



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