‘Stavo contando come al solito le pecore quando, giunto a mille…’, i racconti del coronavirus di Edoardo Micati

La quarantena ormai ci ha stressato e qualcuno non riesce più a dormire sonni tranquilli. Sono agitati, molto agitati quello dello scrittore salentino Edoardo Micati che sogna Otranto…e la pasta con le cozze

Di sogni me ne venivano di incredibili, prima che ci fosse il coronavirus. Speravo di ricordarmeli al risveglio per trovare nella famosa Smorfia Napoletana, quella del Cavalier Biagio Cristallini, i numeri per vincere al Gioco del Lotto, anche se il Cavaliere, dedicando il libro ai figli, scrive: ‘A Giuliana e Fausto perché non si affidino mai alla sola fortuna’. Tanto per capirci.

Poi con l’imperare del virus solo incubi, facce mostruose, animali inesistenti, ma questa notte ne ho fatti due.

Stavo contando, come al solito, le pecore, quando, giunto a mille, mi sono ritrovato in sella ad un montone che volava nel cielo più veloce di un razzo.
Al posto delle corna aveva un manubrio, uguale a quello delle Harley Davidson, le leggendarie, enormi, moto statunitensi.

Per farlo partire, come i cavalieri con i destrieri, mi è bastato dare una leggera pressione con le mie preziose scarpette da tennis bianche della Lotto, datate 1973, sulla sua pancia. Siccome diluviava, schiacciando uno dei tanti pulsanti che si trovano incastonati nel manubrio, mi son trovato avvolto in una specie di tuta fatta di calda lana. Volteggiando, ho fatto il primo strano incontro, un signore con grosso pancione che volava su una mucca pezzata marrone e nero, di sicuro uno che preferiva sognare i bovini, più spaziosi, ma di sicuro più lenti. Voleva superarmi, ma è stato sufficiente dare una pacca a Giacomo, l’ho chiamato così in onore del più grande corridore di moto di tutti tempi, Agostini, vincitore di ben 15 titoli mondiali, per lasciarmelo alle spalle.

Udii la mucca muggire disperatamente, rompendo il silenzio notturno. Poveretta, non si lamentava per il sorpasso, bensì per le mammelle super gonfie di latte che le impedivano di muoversi agevolmente. Doveva essere munta al più presto.

Continuando a vagare per la volta celeste, mi sono imbattuto in uno che aveva una lenza in mano e pescava grossi pesci, gettandoli nella sua barca sino a quando per l’enorme peso affondò, svanendo poi nel nulla dello spazio.

Scorsi in lontananza un edificio super illuminato, era una banca, e si vedeva un cassiere che contava soldi; meschino, ad ogni banconota muoveva la testa come un conta – scatti. Vidi che contava biglietti da cento euro. Ne contò cento e me li porse, ma mi sfuggirono di mano e si persero precipitando verso terra. Mi arrabbiai cominciai a gridare, gli dissi che era un inetto, e cercai di saltare dal montone per picchiarlo. Ma mi risvegliai, quasi trovandomi fuori dal letto.

Erano le due. Così sono andato a farmi una camomilla, ma poi ritornando nel letto non ho voluto ricontare le pecore, temevo di dover andare ancora una volta sul montone.

Chissà, forse perché la sera prima avevo visto un filmato dedicato a Verona, con l’Anfiteatro e la via con il famoso balcone di Giulietta e Romeo senza nessuno dei tanti turisti che la invadevano, mi son trovato a passeggiare per Otranto.

In una stradina della città vecchia ho visto Giulietta Coppuletta che era affacciata nel suo bel balcone. Aspettava Romeo Monticchio, il suo amato.
Lui arrivò e le chiese, modulando la voce come se stesse cantando uno stornello (e qui vi prego di improvvisarne uno con le mie parole, con il motivo che voi preferite): ‘Giulietta, beddha mia, mangiamu li purpi o preferisci le cozze pe nu bellu piattu de spaghetti?’.

E Giulietta, di rimando, sempre con la stessa intonazione: ‘Romeo, amore miu, fanne tie, lu sai che a mie mi piace tutto quello che piace a tie, addirittura cu tie morirei’.

Conoscendo la storia di Giulietta e Romeo di Verona mi informai, ma mi rassicurarono, fra le famiglie Monticchio e Coppuletta non c’è stato mai nessun conflitto, la Giulietta e lu Romeo de Otrantu campano ancora, non si sono avvelenati, al massimo potrà capitare loro nu dolore de panza, può succedere cu le cozze e cu li purpi.

E mi sono risvegliato deluso, amareggiato, perché oggi venerdì:
– Non mangerò ‘li spaghetti cu le cozze’
– Non mangerò ‘li purpi’
– Chissà quando potrò riandare ‘nella mia amata Otranto’.

(Foto di copertina di Maurizio Colella)



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