Ucciso e gettato in un pozzo il campagna, la storia di Ivan Regoli

Sono passati dieci lunghi anni da quando Ivan Regoli è scomparso nel nulla. La svolta dopo il ritrovamento dei resti del giovane in una campagna in contrada Anastasia.

Sono passati dieci lunghi anni da quando su Ivan Giorgio Regoli è calato il silenzio. Il 12 settembre del 2011 il giovane dai capelli neri e dallo sguardo gentile, alto poco più di un metro e settanta, scomparve nel nulla trasformando un assolato pomeriggio in un incubo senza fine per una madre che non ha mai smesso di cercare la verità, di invocare a gran voce “giustizia”. È stata l’ostinazione di mamma Antonia, che non si è mai arresa neppure davanti all’indifferenza calata sulla vicenda, a tenere sempre viva l’attenzione sul caso che sarebbe finito nel calderone dei “misteri irrisolti” se quel primo agosto 2014 non fossero stati ritrovati i resti del giovane in un pozzo in contrada Anastasia, nella campagne di Matino.

Il ritrovamento del corpo

Gli investigatori sono stati altrettanto “ostinati” nel cercare la verità che probabilmente molti conoscevano. E lo hanno fatto con tutti i mezzi a loro disposizione: nessuna pista è stata lasciata al caso, nessuna ipotesi è mai stata del tutto scartata, nessuna strada è rimasta imbattuta. Intercettazioni telefoniche e ambientali, indagini tradizionali sul campo, ipotesi prese in considerazione e poi scartate (dall’allontanamento volontario con alcuni amici o addirittura con degli artisti di strada ai dissidi lavorativi passando per alcuni contrasti all’interno del nucleo famigliare), mentre si faceva sempre più pesante l’ombra della tragedia.

Mancava il movente e soprattutto mancava un corpo da cui partire e questo ha rallentato la ricerca della verità. Mancava, appunto, fino a quando non è riemerso, per una strana casualità, dal fondo di quella cisterna scavata nel terreno e nascosta dalla fitta vegetazione. È stata la prima e decisiva svolta nelle indagini. Ivan era stato ucciso e il suo corpo era stato gettato nel pozzo, ma da chi?

Pezzo dopo pezzo il cerchio si è stretto intorno a Cosimo Mele, finito in manette. Sul capo del 35enne di Matino, cugino di Ivan, pesava già da tempo più di un sospetto. È il figlio della donna proprietaria, un tempo, del terreno agricolo in cui si trova il pozzo nel quale venne gettato il corpo di Regoli. Appezzamento poi venduto ad un poliziotto in pensione. Lì in quella campagna si sarebbe consumato anche il delitto, quel lontano 12 settembre 2011.

La ricostruzione dell’omicidio

Non solo “indizi” a cui aggrapparsi che messi insieme hanno ricomposto il complicato puzzle. Sul tavolo degli inquirenti è finita anche una confessione. Al termine di un lungo interrogatorio Mele sarebbe crollato ammettendo il suo coinvolgimento nell’omicidio avvenuto, pare, per futili motivi. «Ho perso la testa, è stato frutto dell’impulso del momento. Non volevo ucciderlo» avrebbe dichiarato mentre ripercorreva quel giorno, mentre spiegava di aver tolto la vita al cugino, esasperato dalle sue continue richieste di denaro. Colpito perché lo riteneva responsabile di piccoli furti, screzi e dispetti.

Dopo aver invitato Regoli in campagna per un “incontro chiarificatore”, Mele lo avrebbe colpito più volte alla testa, prima con una livella, poi con un tubo in ferro. Quando si è reso conto che non respirava più, lo avrebbe gettato nel pozzo, sperando di far cadere il tutto nel silenzio. E ha tentato più volte e in più occasioni di difendere quella tomba a cielo aperto, prima opponendosi con forza alla volontà della madre di vendere la campagna, tanto da rimuovere i cartelli di vendita affissi nel terreno, sia minacciando neppure tanto velatamente alcuni operai incaricati di ripulire dalle erbacce l’area di ingresso al campo. Forse aveva paura che potesse essere scoperto il corpo del cugino ucciso e ha cercato di proteggere il suo segreto.