Truffa ai commercianti per 650mila euro da falsi funzionari dei Monopoli di Stato. Tre condanne ed un’assoluzione

I fatti risalgono al periodo compreso tra febbraio del 2014 e febbraio del 2017 e si sarebbero verificati in vari paesi del Salento.

Arrivano tre condanne su una maxi truffa da 650mila euro ai danni di 21 persone, tra commercianti e tabaccai di vari paesi del Salento.

Il gup Alessandra Sermarini ha accolto il patteggiamento a 4 anni per Vito Troisi, 56 anni di Racale ed a 2 anni (pena sospesa) per Chiara Margherita Causo, 41enne di Racale (assistita dall’avvocato Giuseppe Bonsegna), dopo che la difesa aveva “concordato” la pena con il pm Massimiliano Carducci.

Invece, al termine del rito abbreviato, il gup Sermarini ha condannato 2 anni (pena sospesa) Emanuela Cacciatore, 54 anni, originaria di Taurisano (chiesti 2 anni e 4 mesi), assistita dall’avvocato Damiano Alemanno Cavalera ed ha assolto, come richiesto dal pm, per non aver commesso il fatto, Serena Troisi (figlia di Vito), difesa dall’avvocato Francesco Fasano.

Il giudice ha inoltre disposto il risarcimento del danno, in separata sede, in favore delle parti civili, assistite dagli avvocati Davide Spiri, Ezio Garzia, Fernanda Franza, Simone Viva, Mario Coppola.

Gli imputati rispondevano a vario titolo ed in diversa misura di: truffa aggravata, associazione a delinquere, sostituzione di persona e falso.

I fatti risalgono al periodo compreso tra febbraio del 2014 e febbraio del 2017 ed il valore complessivo della truffa si aggirerebbe sui 650mila euro.

In base a quanto sostenuto dal pubblico ministero Massimiliano Carducci, a capo dell’organizzazione vi sarebbe stato Vito Troisi che millantava di essere un dipendente dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli dello Stato e dichiarava di avere conoscenze importanti in quell’ambito. Invece, il ruolo di falso funzionario sarebbe stato assunto da Chiara Margherita Causo, la quale si presentava alle vittime sotto falso nome. Emanuela Cacciatore sarebbe stata l’intestataria di svariate carte Postpay su cui transitavano, in diverse tranche, le somme di denaro, frutto dell’attività dell’associazione. Non solo lei, poiché in alcune occasioni anche Vito Troisi e la figlia Serena risultavano intestatari delle suddette carte. Riguardo la posizione di quest’ultima, le “accuse” sono però cadute al termine del processo.

In base al piano messo in atto dagli imputati, le vittime venivano contattate telefonicamente o via mail, con il pretesto di dovere eseguire un ordine dell’autorità dei Monopoli di Stato e indotti a versare le somme di denaro sui conto correnti indicati (per l’acquisto delle marche da bollo, dei computer, delle sigarette e per il pagamento delle tasse), al fine di potere ottenere le licenze per tabacchi e i punti di gioco -lotto.

Per rendere credibile l’operazione truffaldina, i tre indagati utilizzavano documenti falsi con l’intestazione Ministero dell’Economia e delle Finanze.



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