Rapine, droga, contatti con imprenditori e politici nelle dichiarazioni del pentito Montedoro

Il 42enne di Casarano è un fiume in piena e rivela in aula, durante il processo “Diarchia”, oltre ai retroscena su eclatanti fatti di sangue, una lunga serie di traffici ed affari.

tribunale-lecce-facciata

Non solo omicidi, ma anche rapine, traffico di droga e reinvestimento di capitali ed infine contatti con il mondo della politica. Il collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro è un fiume in piena e rivela una lunga serie di affari, illeciti e non, durante “l’apprendistato” con il boss Vito Di Emidio; poi in concorso con Augustino Potenza e infine con altri elementi del sodalizio del Basso Salento, smantellato al termine dell’operazione “Diarchia”.

Infatti, Montedoro sviscera in aula, i particolari emersi nel corso di due incontri con gli inquirenti e raccolti in altrettanti verbali. Egli ha ribadito di non aver mai fatto parte della Sacra Corona Unita (stesso discorso per Potenza) e riferendosi alla loro fama sugli organi di stampa, dice: “A noi ci descrivevano come boss, come killer, quindi quanto di peggio ci poteva essere… ma che comunque nel nostro ambiente era un accreditamento superiore, la fortuna nella sfortuna che noi comunque cavalcavamo”.

Il mercato della droga e il reinvestimento dei capitali

Il pentito ha sottolineato di avere avuto il controllo di numerose attività illecite sul territorio di Casarano, e non solo, grazie all’aiuto di sodali. Mai estorsioni, però, “Perché eravamo convinti (Montedoro e Potenza, n.d.r) che ci ritorcevano contro… con la crisi che era già forte… a gente che a stento arrivava a fine mese”. Anzi, sarebbero intervenuti per allontanare quelli che venivano da fuori e tentavano di estorcere denaro agli imprenditori del posto”.

Invece, si sofferma sul mercato della droga (soprattutto cocaina) ed i relativi guadagni. A tal proposito Montedoro afferma: “Io prendevo lo stipendio, 6 mila euro al mese, mentre tutti gli altri si pagavano dal lavoro che facevano” Egli ha riferito di una cassa comune, tra i membri del sodalizio, per reinvestire il denaro sporco.

Montedoro si sofferma, su domanda specifica del pm Guglielmo Cataldi, sul reinvestimento del denaro sporco in diverse società. “Con una dovevamo acquistare dei televisori … e con un’altra… acquisto all’ingrosso di pelli, scarpe con un’azienda delle Marche e poi anche una società di parcheggi con gente della Calabria per un appalto su un paesino della Sicilia”. Il pentito sottolinea che “erano tutte società non costituite da zero… con società capitalizzate era più semplice avere già da subito credibilità”. In questi affari, riferisce il pentito, sarebbero coinvolti anche un imprenditore di Galatone ed uno di Gallipoli.

Montedoro si sofferma anche su altre attività, riferendo che aveva aperto a Casarano uno stock di oggettistica ed un altro dedicato alla vendita all’ingrosso di oggetti in plastica usa e getta.

I furti e le rapine

Il pentito riferisce poi di aver saputo da un sodale, di due inquietanti episodi avvenuti. Un furto presso un locale di Gallipoli, nel corso del quale venne esploso un colpo di pistola.

E un altro, nei confronti di una discoteca della “Città Bella”, perché uno di loro aveva avuto una discussione con un buttafuori. A quel punto, tornarono ed esplosero il colpo per vendetta. Dovette addirittura intervenire Augustino Potenza per risolvere la situazione.

Il pentito si sofferma poi sulle rapine. E racconta “Il primo lavoro che si doveva fare era una rapina ad un capannone su a nord, dove c’era una grossa cassa… una specie di caveau dove c’erano parecchi soldi”. L’attività era legata ad un imprenditore attivo nel settore delle slot machine e Montedoro aveva un affare in sospeso con lui.

I rapporti con politica

Il pubblico ministero Guglelmo Cataldi ha anche chiesto a Montedoro, di approfondire i suoi rapporti con la scena politica cittadina.

Il neo collaboratore di giusitiza ha risposto: “Si, nel 2012-2013… Si avvicinavano sempre per un eventuale… Nel momento in cui ci fosse stata qualche campagna elettorale, usufruire dei mei voti, della mia amicizia, della mia persona. Che poi non se ne fece niente, perché fui arrestato”. Comunque a tenuto a precisare di essersi sempre tenuto lontano da quel mondo.

Egli ha riferito un particolare episodio. Nel 2012, una persona legata ad un boss, gli avrebbe chiesto di intervenire per sbloccare la pratica amministrativa di una “cosa di riciclaggio di spazzatura”, che era di proprietà di Rosafio Gianuigi (il grande accusatore dell’inchiesta Ato Lecce 2, per la quale Silvano Macculi ed altri imputati eccellenti vennero tutti prosciolti n.d.r.). Montedoro avrebbe però rifiutato, perché Potenza, suo ex socio in affari, era contrario per motivi ecologici, infatti “quella cosa avrebbe inquietato la città, i nostri figli e tutti. E continua, “Voleva darci 500 mila euro per farla passare alla fine, partimmo da 150, 200 e arrivammo a 500 con diverse offerte, però non ci fu niente”.

Nello specifico, Montedoro afferma “Contattavano me e Potenza affinché intervenissimo su Stefano Loris Luigi consigliere comunale di Casarano del centrodestra ( tirato in ballo dal pentito  per la vecchia inchiesta sulla BCC) , perché loro sapevano che era nostro amico e quindi loro volevano affinché lui, il partito diceva di si, ma noi, io personalmente gli dissi di no a priori. all’epoca non fu fatto”.