La morte arriva dal cielo, il disastro di Casalecchio di Reno: 12 studenti morti senza un perché

Era il 6 dicembre 1990 quando un jet militare fuori controllo ha sfondato il muro della scuola di Casalecchio di Reno. Per 12 studenti non ci fu più nulla da fare.

L’orologio aveva appena segnato le 10.33, quando un aereo dell’Aeronautica Militare, abbandonato dal pilota, sfondò il muro dell’Istituto Tecnico Gaetano Salvemini di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna. Al civico numero 6 di via del Fanciullo scoppia l’inferno. Un inferno di fuoco e fiamme che spazza via in un secondo le vite di 12 studenti della 2^ A. Per i 94 feriti, sopravvissuti alla strage, cambierà per sempre. Porteranno sul corpo il prezzo pagato per la salvezza ottenuta scampando al fuoco.

Il disastro aereo

C’era la lezione di tedesco, a quell’ora. La professoressa Cristina Germani stava parlando a sedici aspiranti ragionieri, quando la morte è arrivata dal cielo rigato da una scia di fumo. Aveva la forma di un «Macchi 326» fuori controllo. Non rispondeva più ai comandi e il pilota – un 24enne con 740 ore di volo alle spalle – aveva deciso di abbandonarlo, lanciandosi con il paracadute. Qualcuno, che aveva notato le fiamme, aveva immortalato la scena, ma nessuno avrebbe mai immaginato che quel jet impazzito si sarebbe schiantato sulla succursale, causando un disastro.

Saranno le sirene delle squadre dei vigili del fuoco e delle ambulanze ad annunciare la tragedia. Non fu facile cercare di liberare gli studenti e gli insegnanti rimasti intrappolati. Qualcuno, per sfuggire al fuoco e al fumo, si lanciò dalle finestre della scuola diventata una trappola, dove tra i rottami bruciano i fogli dei compiti in classe, dei libri e delle cartelle. Qualcun altro uscirà tra le braccia dei soccorritori, con il volto segnato dalle lacrime, fra le urla disperate di adolescenti che in una fredda mattina di dicembre si sono ritrovati a vivere un incubo che segnerà per sempre la loro vita.

Ce la farà Federica Tacconi, rimasta intrappolata sotto un’ala del velivolo. Con le forze che le erano rimaste aveva chiesto aiuto e quella voce è stata ascoltata da un soccorritore che riuscì a portarla in salvo.

L’ultimo appello

Sono stati minuti interminabili. Il traffico si era fermato per non intralciare le ambulanze, le strade che conducevano in Ospedale si erano svuotate per non ostacolare la corsa con i feriti, i cittadini si erano offerti come volontari per trasportare le barelle anche con auto private o gazzelle della polizia. Ma il momento più drammatico arrivò una volta spente le fiamme, quando all’ingresso del Salvemini si posano dodici bare.

Questo il tragico appello dei morti: Deborah Alutto, Laura Armaroli, Sara Baroncini, Laura Corazza, Tiziana di Leo, Antonella Ferrari, Alessandra Gennari, Dario Lucchini, Elisabetta Patrizi, Elena Righetti, Carmen Schirinzi, Alessandra Venturi. Avevano 15 anni, la vita davanti, sogni e idee per il futuro che avevano poco prima raccontato in un tema di italiano. Una folla immensa li accompagnerà qualche giorno dopo nel loro ultimo viaggio. 

Della 2A sono sopravvissuti solo quattro studenti, Federica Tacconi, Milena Gabusi, Federica Regazzi e Daniele Berti: erano arrivati in ritardo quel giorno e la professoressa li aveva fatti sedere in prima fila. «Mandi un figlio a scuola e non torna più», furono le uniche parole in quei drammatici momenti.

L’ultimo volo del jet

L’Aermacchi MB-326 dell’Aeronautica Militare era decollato da Villafranca (Verona) alle 8.40 per un volo di addestramento. La missione era semplice: sorvolare Bologna, ma qualcosa va storto. Alle 10.22 il pilota si accorge dell’avaria e chiede l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza all’aeroporto più vicino, quello di Ferrara. La pista però era lunga “solo” 600 metri, non era abbastanza. Così la scelta ricade su Bologna. Per arrivarci, il pilota scaricò in volo quasi tutto il carburante a bordo.

Alle 10:23 il pilota contatta la torre di controllo e chiede di poter atterrare sulla pista 30. Alle 10:31 il velivolo non rispondeva più ai comandi, il motore si era «piantato». Il sottotenente a quel punto decide di lanciarsi con il paracadute. Nella “caduta” sulle colline di Ceretolo rimedierà qualche frattura. Il resto è la cronaca di una tragedia.

Un fatalità è la conclusione dei processi che hanno visto finire alla sbarra il pilota e due superiori con le accuse di omicidio colposo plurimo e disastro aereo. Secondo l’accusa l’aereo in avaria avrebbe dovuto puntare verso il mare, dove ormai fuori controllo si sarebbe inabissato senza lasciare dietro di sé tante vittime. Alla fine i tre furono assolti (in secondo grado e in Cassazione, in primo erano stati condannati) Se “il fatto non costituisce reato”, una formula di rit per chi ha pratica con la legge, per la giustizia quel disastro fuori da ogni grazia di Dio fu solo un “incidente”. Della tragedia restò solo l’edificio ancora in piedi, tranne per quella enorme voragine nella parete della scuola, al primo piano, dove c’era la finestra della classe.



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