Ci sono storie che è difficile raccontare. Non perché manchino le parole, ma perché obbligano a tenere insieme verità che, per ragioni politiche, per molto tempo sono state considerate inconciliabili. È complicato raccontare quando si affronta un tema delicato, come quello delle foibe, perché ancora prima di arrivare ai fatti, ci si trova davanti a una domanda scomoda: quanto deve essere colpevole una persona perché la sua morte diventi accettabile?. Come nel caso di Norma Cossetto, difficilmente ricordata come una vittima della guerra che non dovrebbe avere colori davanti alla morte, ma come fascista che meritava di essere violentata, torturata e uccisa con una violenza che la storia — finalmente — ha smesso di nascondere.
E fascista lo era, perché non è nascondendo o negando le idee della studentessa o di suo padre Giuseppe Cossetto, che aveva ricoperto incarichi importanti per il regime tanto da aver partecipato alla Marcia su Roma 1922, che si cerca la verità.
Per anni, la sua “fede” ha rappresentato una giustificazione al suo arresto e alla sua condanna a morte. Norma era cresciuta in una famiglia con idee politiche nette e radicate. Iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Padova, stava preparando una tesi dal titolo «Istria Rossa» come il caratteristico colore che la bauxite dà alla sua terra, ha pagato con la vita la voglia di vendetta dei partigiani, guidati da Josip Broz, meglio conosciuto come il Maresciallo Tito, che volevano lavare l’onta dei torti, veri o presunti, subiti durante il fascismo. E la violenza, si sa, non risparmia nessuno.
L’arresto e la condanna a morte
Papà Giuseppe sa bene che lo avrebbero cercato e trova rifugio a Trieste, sottovalutando il pericolo che corre la sua famiglia. Il 26 settembre 1943, Norma viene prelevata dalla sua abitazione e interrogata nella caserma di Visignano, una prima volta. I titini le chiedono notizie del padre e le propongono di entrare nel Movimento Popolare di Liberazione, ma lei rifiuta. Chissà se l’abiura l’avrebbe salvata dall’orribile sorte che le toccò a soli 23 anni.
Il giorno dopo la scena si è ripetuta. La studentessa, che dopo la laurea sogna di fare la maestra, fu portata via prima a Parenzo (Poreč) e poi ad Antignana. Da quel momento la sua storia entra in una zona nella quale le testimonianze e le ricostruzioni successive non coincidono sempre perfettamente. È un aspetto che non dovrebbe essere nascosto, perché riconoscere ciò che non sappiamo con assoluta certezza non significa negare ciò che sappiamo.
E sappiamo che non tornerà mai più a casa. Fu condannata sbrigativamente a morte insieme ad altri ventisei compagni di sventura e gettata, forse ancora viva, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943 in una foiba non lontano da Villa Surani. Resta incerto se tra i titini autori di questa mostruosità ci fossero anche alcuni partigiani italiani di fede comunista. Anche su questo punto le testimonianze non consentono di ricostruire ogni dettaglio con assoluta precisione, ma non serve aggiungere altri particolari per rendere terribile ciò che accadde a Norma Cossetto. Basta ciò che sappiamo: fu arrestata, rimase prigioniera per giorni, venne uccisa e il suo corpo fu gettato in una foiba.
Stessa fine toccherà al padre Giuseppe Cossetto, tornato da Trieste per cercare la figlia. Dopo essere caduto in un’imboscata insieme al cognato fu ucciso da un partigiano a cui , secondo alcune testimonianze, aveva salvato la vita pochi mesi prima.
La violenza non diventa giustizia perché colpisce un fascista
La Cossetto non fu l’unica vittima di questa violenza. Chi non è scomparso nel nulla verrà ritrovato nelle foibe e questo è un fatto che la storia ha finalmente riconosciuto, anche se su quell’orrore nascosto a lungo anche dai libri di storia è cominciata un’altra guerra, quella dei numeri. Come se il fatto che le vittime siano state dieci, cento, mille o diecimila rendesse più o meno orribile quanto accaduto.
Norma Cossetto era fascista. Lo era suo padre. Lo erano molti giovani della sua generazione, cresciuti sotto il regime. La sua “colpa” fu non aver tradito le proprie idee per salvare la pelle. E questo, nella logica della vendetta partigiana, bastava per condannarla. Fu torturata e violentata, ma anche in questo caso si è detto che è impossibile stabilire se un corpo infoibato abbia o meno subito uno stupro, se sia stato violato o no. È stato detto anche che è “normale” che un corpo gettato come un sacco della spazzatura in una foiba presentasse segni e ferite e che era difficile stabilire se i segni fossero di una pugnalata, di torture o del semplice scorrere del tempo che aveva consumato il suo corpo.
Quando Norma fu trovata, fu riconosciuta dalla sorella da un golfino di “lana tirolese” che lei amava tanto. Dopo settimane in cui era stata trasformata, agli occhi dei suoi persecutori, in un simbolo politico da colpire, ciò che permise alla famiglia di riconoscerla fu un indumento familiare. Non un’uniforme. Non una bandiera. Non un simbolo politico, ma un golfino.
Un anno dopo, un indizio simile aveva permesso di dare un nome ad un corpo appeso dai nazisti allo scalone del Palazzo Rittmeyer di via Ghega, un golfino verde che Laura Petracco portava nelle sere d’estate.
Si è scritto che Norma Cossetto è solo una delle tante donne che hanno perso la vita durante la guerra. È così, basta ricordare le sorelle Radecchi, Caterina, Fosca e Albina, incinta quando fu gettata nella foiba di Terli o Amalia Ardossi, che seguì volontariamente il marito Francesco Lorenzin dopo il suo arresto. I loro corpi furono successivamente ritrovati legati l’uno all’altro.
E proprio per questo è giusto parlarne, senza dimenticare che la 23enne è una vittima (e non è stata l’unica) della storia, non della politica. È importante ricordare per non lasciare che “una delle tante” sia accompagnato da un “tanto non contava nulla” detto sottovoce.
Raccontare Norma Cossetto non significa assolvere il fascismo. Significa rifiutare l’idea che la storia debba essere raccontata soltanto attraverso le vittime che ci sono politicamente più comode.






