Omicidio Caramuscio, nel telefono di Mecaj foto e video con una pistola

In una foto è ritratta la pistola conservata nella custodia. Le altre mostrano il caricatore ed i proiettili. Un video immortala Mecaj mentre maneggia l’arma.

Quattro foto ed un video che ritraggono il presunto autore materiale dell’omicidio dell’ex bancario Giovanni Caramuscio mentre si esercita con una pistola e uno scambio di messaggi con un amico. È quanto emerso da una prima verifica sul cellulare di Paulin Mecaj, 30enne di origini albanesi, ma residente a Lequile, come viene riportato nell’informativa dei Carabinieri (sdoganata con la discovery degli atti).

I militari, dopo avere fermato l’uomo, hanno rinvenuto nella sim del suo cellulare una serie di elementi utili alle indagini. Sono state anzitutto fotografate due chat whatsapp, risalenti al 13 ed al 16 luglio, giorno in cui si è consumato l’omicidio del 69enne di Monteroni freddato con due colpi di pistola nei pressi dello sportello del Banco di Napoli, sulla Lequile-San Pietro in Lama.

Nelle chat, Mecaj s’intrattiene con un amico. Quest’ultimo, attraverso un messaggio vocale del 15 luglio, dice: “Oh!!! Bello, mandami una…delle foto.. quella macchina ed un video non ti dimenticare”. A tale vocale, seguono una serie di foto inviate dal 30enne albanese. In una di esse è ritratta la pistola conservata nella custodia. Le altre mostrano invece il caricatore ed i proiettili.

Infine, viene inviato, alla stessa persona, un video che immortala Mecaj mentre maneggia una pistola con matricola abrasa. Ma non è tutto. Il video è stato girato dentro casa di Mecaj, come si deduce dal pavimento ripreso nel filmato. Tali elementi risultano significativi, perché durante le indagini è emerso che il 30enne albanese deteneva una pistola semi automatica con matricola abrasa, compatibile per calibro con i proiettili ed i bossoli ritrovati sul luogo del delitto.

Non solo, poiché nelle ore successive all’omicidio, una parente dell’uomo, ascoltata dagli inquirenti, ha dichiarato: “mentre stavo riordinando nella stanza dove dorme Paulin, ho notato che sotto il cuscino vi era una pistola di colore nero”.

Sempre dalla stessa chat whatsapp, tra Mecaj e l’amico, emergono altri particolari che contribuiscono ad un “grave quadro indiziario”. Il 16 luglio, giorno della cruenta rapina sfociata nell’omicidio di Giovanni Caramuscio, il 30enne albanese riceve dal suo interlocutore una foto di una carta bancomat. Segue la domanda: ” O bello hai fatto niente?”, alla quale Mecaj risponde “no bello, devo andare alla banca”. Dall’accertamento svolto presso la filiale è emerso che quella carta intestata a Mecaj, risultava estinta ed il saldo contabile pari ad euro 13,55. Tale circostanza documenterebbe lo stato di difficoltà economica dell’uomo.

Il fermo del complice

Successivamente, si è proceduto al fermo del presunto complice Andrea Capone, 28enne originario di Tricase, ma residente a Lequile. Questi sarebbe stato incastrato anche in questo caso dall’esame del telefonino in uso a Mecaj, poiché sarebbe risultato che l’utenza intestata a Capone veniva ripetutamente contattata nei giorni precedenti alla rapina. Inoltre, dal tracciamento dell’utenza telefonica di Capone (è stato localizzato a Lecce, in zona Stadio) emergerebbe che si è allontanato dalla sua abitazione per rendersi irreperibile.

I due si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nel corso dell’udienza. Il gip Laura Liguori ha poi convalidato il fermo e confermato il carcere per entrambi.

Mecaj è difeso dagli avvocati Luigi e Roberto Rella. Andrea Capone è difeso dagli avvocati Raffaele Francesco De Carlo e Maria Cristina Brindisino. I familiari di Giovanni Caramuscio, 69 anni di Monteroni sono invece assistiti dall’avvocato Stefano Pati.



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