L’omicidio di Piersanti Mattarella, un’altra pagina di storia (ancora) da scrivere

Palermo, via Libertà. La mafia ammazza il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella davanti agli occhi della moglie Irma Chiazzese, dei figli e della suocera. Era il 6 gennaio 1980

L’omicidio di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia ammazzato dalla mafia, è una pagina di storia che nessuno ha finito di scrivere. Non c’è giustizia senza verità e anche per la morte dell’onorevole della Democrazia Cristiana che sognava una Regione «con le carte in regola», senza zone grigie in cui si incontravano mafiosi, imprenditori senza scrupoli e politici ci sono ancora dei fogli bianchi con gli interrogativi rimasti senza risposta e una serie di dubbi mai chiariti.

L’agguato mentre andava a messa con la famiglia

Via Libertà, una strada elegante di Palermo. Il Governatore si era appena messo al volante della sulla sua Fiat 132, quando un uomo si avvicinò alla macchina parcheggiata davanti al civico 147 e aprì il fuoco. A viso scoperto, il killer scaricò il caricatore della Colt Cobra calibro 38 davanti agli occhi della moglie Irma Chiazzese, dei figli e della suocera. Dovevano andare alla messa dell’Epifania nella Chiesa di San Fransceso di Paola, ma si sono ritrovati faccia a faccia con la morte.

Dopo i primi spari, succede qualcosa di imprevisto: l’arma si inceppa, ma il sicario è preparato. Tutto è stato organizzato nel dettaglio. Il sicario indietreggia di qualche passo, corre verso un’auto di appoggio parcheggiata poco più avanti, dove lo attende un complice. Da vettura prende una seconda pistola e spara, ancora.

C’è un piano B, un’arma di riserva, un uomo di copertura, un lavoro da “chiudere” perché quell’uomo alla guida non può sopravvivere.

Ho visto il killer l’ho visto avvicinarsi alla macchina, ho intuito quanto stava per avvenire ed istintivamente ho messo tutte e due le mani sulla testa di Santi, per proteggerlo. E questo mio gesto, ha paralizzato per un attimo, che a me è sembrato lungo come un’ora, l’assassino: ci siamo fissati negli occhi, io ho colto questa sua esitazione, probabilmente pensava che doveva uccidere anche me, e questo non era nel conto. Poi troncata l’indecisione il killer ha cominciato a sparare, ha raccontato la moglie poche ore dopo.

Era il 6 gennaio 1980. Sulla strada restano l’auto crivellata, i vetri sul selciato, gli schizzi di sangue e le grida della famiglia. Lì vicino, in via Di Blasi, il 21 luglio del ’79, era stato ucciso il capo della Mobile Boris Giuliano.

Un assassino senza nome e una tragedia che cambia la storia

A cambiare il corso della storia sono le pallottole dell’assassino rimasto senza volto e senza nome. Nessun pentito lo ha riconosciuto, nessun mafioso di Cosa nostra ha mai saputo alcunché. Cappuccio in testa, ma viso visibile, occhi color ghiaccio, passo ondeggiante, “ballonzolante” è l’unica descrizione rimasta chiusa nel cassetto. Sapeva che era solo, senza scorta. Tutti conoscevano l’abitudine del Presidente di concedere agli agenti una pausa nei giorni di festa. Sparò e poi fuggì, nel silenzio, salendo su una Fiat 127, dove l’aspettava un complice, anche lui rimasto senza nome.

Il primo a soccorrere Piersanti è stato il fratello minore, Sergio che era (e avrebbe voluto continuare ad essere) un professore di diritto. Aver estratto il corpo della 132 blu bucherellata dalle pallottole cambiò per sempre la sua vita. Di quel drammatico momento resta il ricordo doloro e una foto di Letizia Battaglia in bianco e nero: le gambe di un ferito in primo piano e un altro che cerca disperatamente di soccorrerlo, tenendogli la testa tra le braccia. Un ultimo abbraccio passato alla storia.

Era ancora vivo, ma la corsa in ospedale fu vana. Per Mattarella, ferito da otto colpi di pistola, non c’era più nulla da fare. Era morto per aver cercato di dare delle regole ad una terra che, fino quel momento, non ne aveva mai avute. Ancor di più, per essersi schierato contro la mafia che aveva sfidato apertamente. Un mese prima di essere assassinato, nel suo intervento occasione della visita di Sandro Pertini, chiese al Capo dello Stato di aiutare i siciliani, fermamente convinto che il riscatto dell’Isola non potesse che passare dalla liberazione dei suoi “legacci”. Indimenticabile anche il suo discorso contro Cosa Nostra dopo l’omicidio di Peppino Impastato.

Le indagini e le condanne

Nulla fu semplice dopo l’omicidio. Neanche seguire le due piste più accreditate. Quella mafiosa e quella nera. Fu dopo l’attentato a Giovanni Falcone che si era occupato del caso e le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo che si accesero i riflettori sui Corleonesi. Nel 1995, furono condannati all’ergastolo come mandanti i boss di Cosa nostra (Totò Riina, Michele Greco e gli altri esponenti della cupola: Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Nené Geraci).

L’inchiesta, però, non è riuscita a identificare né i sicari né i presunti mandanti esterni. La pista dei terroristi neri che avevano partecipato come esecutori materiali del delitto fu archiviata, ma mai del tutto. Gilberto Cavallini e “Giusva” Valerio Fioravanti, il capo dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) che per la sua camminata era chiamato “l’orso”, furono assolti dall’accusa, nonostante la testimonianza della signora Mattarella che lo aveva riconosciuto, lo aveva indicato come l’uomo che si era avvicinato al finestrino.

Il racconto non fu ritenuto abbastanza attendibile.

Depistaggi, ombre e nuove indagini

Col passare del tempo, le inchieste si arricchiscono di nuovi tasselli, ma restano zone d’ombra e responsabilità mai pienamente chiarite. Si parla di prove scomparse, testimonianze contraddittorie e di una verità giudiziaria che fotografa solo in parte la complessità del disegno che portò alla decisione di uccidere Mattarella.



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