La strage di Acca Larenzia, un’altra storia archiviata senza colpevoli

La strage di Acca Larenzia, in cui morirono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, è una tragedia rimasta ancora senza colpevoli.

7 gennaio 1978. L’orologio aveva appena segnato le 18.20 quando davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano, nel quartiere Tuscolano, si scatena l’inferno. Franco Bigonzetti aveva appena aperto la porta blindata del locale che si affacciava su via Acca Larenzia, una strada poco illuminata, quando un commando di sconosciuti apre il fuoco. Il ventenne, iscritto al primo anno della facoltà di medicina e chirurgia, non ha nemmeno avuto il tempo di capire cosa stesse accadendo che era a terra, ferito a morte da un proiettile che lo aveva colpito alla testa. Stessa sorte toccherà a Francesco Ciavatta. Aveva provato a scappare, a mettersi al sicuro come i suoi compagni, ma venne raggiunto da una scarica, mentre si trovava sulla scalinata che si arrampica di fianco alla sezione del partito. Accompagnato all’Ospedale San Giovanni, il più vicino al luogo dell’attentato, morirà poche ore dopo.

Il meccanico Vincenzo Segneri, ferito a un braccio, Maurizio Lupini, responsabile dei comitati di quartiere e lo studente Giuseppe D’Audino se la caveranno. Erano riusciti a barricarsi nello stanzone chiuso da una vecchia saracinesca.

È chiaramente un agguato politico, come troppi ne avvenivano in quegli anni di piombo. Una volta terminata la strage, la banda fugge via, forse a bordo di una Renault, forse a piedi, mescolandosi tra la folla. Passano pochi minuti e via Acca Larentia, il nome della madre adottiva di Romolo e Remo, si illumina delle sirene delle forze dell’ordine e delle ambulanze giunte sul posto. Una folla di militanti del Msi improvvisa un sit-in sul luogo della tragedia. La gente piange, ma è piena di rabbia. Basta una scintilla.

Quella scintilla arriverà poco dopo. Un giornalista, arrivato in fretta e furia per tentare di ricostruire la dinamica della tragedia, getta un mozzicone di sigaretta sulla chiazza di sangue lasciata da Ciavatta. Qualcuno interpreta il gesto come una mancanza di rispetto, un atto di disprezzo verso un giovane che aveva perso la vita. Quel comportamento, avvenuto forse per distrazione, fa scoppiare il caos. Nasce uno scontro, piuttosto acceso. I carabinieri, per tentare di calmare gli animi, lanciando dei lacrimogeni. Nella confusione parte un colpo: colpirà alla fronte Stefano Recchioni, diciannove anni. Morirà 48 ore dopo all’ospedale. Il sangue versato quel giorno non era ancora stato abbastanza.

La rivendicazione

Passano poche ore e arriva la firma. L’agguato fu rivendicato dai Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale in un messaggio, impresso in una cassetta, fatta ritrovare in una pompa di benzina. Poche parole incise su un nastro: «Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi». Del resto, erano gli anni in cui «uccidere un fascista non è reato».

Una strage senza colpevoli

Nessuna inchiesta è riuscita a trovare i colpevoli, a dare un volto e un nome a quel gruppo di cinque/sei persone che ha aperto il fuoco contro i ragazzi del Fronte della Gioventù colpevoli di trovarsi davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano. Quei colpi provenienti da armi automatiche, quelle che di solito non lasciano scampo, fecero anche un’altra vittima: il padre di Francesco Ciavatta che si tolse la vita per il dolore, bevendo, fino all’ultima goccia, l’acido muriatico contenuto in una bottiglietta.

Il raid rimase tra i casi irrisolti, nemmeno le dichiarazioni di una terrorista pentita che portarono all’arresto di cinque persone riuscirono a fare luce. Anzi, resero il mistero ancora più buio. Un infermiere del reparto di rianimazione del Santo Spirito, sposato da sette anni e padre di un bambino di 2 che all’epoca militava in Lotta continua, varcherà il cancello del carcere romano di Regina Coeli con l’accusa di essere coinvolto in una vicenda che sembrava sepolta nel dimenticatoio. Secondo la testimonianza della donna, l’uomo aveva partecipato ad una riunione in casa di una certa Daniela cui fu decisa la sigla da usare per rivendicare la sanguinosa sparatoria al tuscolano: Nuclei armati per il contropotere territoriale. Interrogato, negò di aver partecipato all’agguato, si impiccherà poco dopo all’interno della sua cella.

«Non tollero che tu e nostro figlio siate trascinati in questa storia di merda. Finalmente riesco a piangere, vorrei urlare, ma questa soddisfazione non gliela voglio dare. Qui se va male non si tratta di fare qualche mese, qui se il giudice decide che le accuse contro di me sono vere sto nella merda per sempre. Mi sono fumato anche l’ultima sigaretta e poi ho deciso che non ho né la forza né la volontà di aspettare che questa storia si chiarisca» scrisse in una lettera indirizzata alla moglie.

Il mistero della mitraglietta Skorpion

Non è l’unico mistero. Nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion rinvenuta in un covo delle Brigate Rosse in via Dogali, a Milano era stata usata nella strage di Acca Larentia. L’arma, appartenuta ad un noto cantante e finita nelle mani dei terroristi, sembrava essere quella usata in via Fani, durante il rapimento di Aldo Moro. Era quella che aveva ucciso il presidente della Democrazia Cristiana. Ma era stata sequestrata, e non poteva essere così. In giro ce n’era un’altra. Ed era stata usata per altri tre omicidi firmati dalle BR: quello dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli.

Gli anni passati non bastano a cancellare il dolore, perché il sangue versato ha un solo colore, che non dovrebbe essere quello politico.



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