La strage di Portella della Ginestra, un massacro senza movente né mandanti

Della strage di Portella della Ginestra fu accusato il “bandito” Salvatore Giuliano, ma dopo tanti anni nulla si sa del movente e dei mandanti del massacro in cui morirono undici persone che stavano festeggiando il primo maggio.

Sono passati più di settant’anni, ma il nome Portella della Ginestra evoca ancora sangue e dolore. Era il primo maggio 1947 quando la banda di Salvatore Giuliano uccise undici persone. Ventisette rimasero ferite. Una strage contro i lavoratori senza mandanti e con tante domande a cui nessuno ha mai saputo rispondere, come è accaduto per altri episodi drammatici della storia italiana.

Una strage che nessuno ha mai raccontato fino in fondo

La seconda guerra mondiale si era conclusa da poco e il Paese stava provando a ripartire. Nella località a 3 chilometri da Palermo si erano date appuntamento quasi duemila persone, contadini e braccianti con le loro famiglie, per celebrare la Festa dei lavoratori, ma anche la vittoria della sinistra alle elezioni regionali: il 20 aprile, il Blocco del Popolo aveva battuto la Democrazia Cristiana. Un risultato storico. Dopo il comizio sindacale di un calzolaio di San Giuseppe Iato che aveva sostituito il deputato del Pci Girolamo Li Causi era in programma un pranzo all’aria aperta, ma quella giornata di sole si macchiò di sangue.

Il «bandito» Salvatore Giuliano insieme ai “suoi” spara sulla folla. Non erano i petardi della festa, non erano mortaretti, ma raffiche di mitra. Undici persone uccise, tra cui due bambini, più di settanta i feriti: fu questo il bilancio di una strage organizzata. Si racconta che Giuliano avesse ricevuto una misteriosa lettera il giorno prima dell’agguato, subito bruciata.

Non fu l’unico attentato firmato dal bandito che, dopo ogni azione a colpi di mitra e bombe, diffondeva un volantino in cui sobillava la popolazione alla ribellione verso il comunismo avanzante.

Nessun mandante né movente

Se fin da subito è stato dato un volto e un nome all’autore della strage, nulla si sa sui mandanti. Ancor meno sul movente. Chi l’aveva ordinata? E perché? Alcuni studiosi sostengono sia stata una spedizione punitiva, una reazione per frenare l’ascesa del Blocco Popolare, ma non basta quest’ipotesi a spiegare la violenza. Come sembrava poco probabile la pista della vendetta: secondo gli inquirenti dell’epoca Giuliano, aveva voluto vendicarsi dei contadini che volevano svelare ai carabinieri alcuni suoi “segreti” sui furti commessi.

Forse c’era di più. Per molti fu l’inizio della strategia della tensione che gettò un’ombra sull’Italia nel secondo dopogruerra.

La morte di Salvatore Giuliano

La carriera criminale del re di Montelepre Salvatore Giuliano – che conta 430 morti, fra carabinieri, poliziotti e civili – termina nel 1950. Ufficialmente il bandito è caduto in uno scontro a fuoco con le Forze dell’Ordine il 5 luglio, ma per molti anni si parlò di uno scambio di persona. Nel cortile c’era un sosia di “Turiddu” fuggito negli Stati Uniti. Era un giovane originario di Altofonte, un paesino a pochi chilometri da Palermo, sparito nel nulla pochi giorni prima della sparatoria di via Fra’ Serafino Mannone. Un “giallo” che nemmeno l’esame del Dna ha risolto. In realtà, e lo scoprirà il giornalista Tommaso Besozzi, Giuliano fu assassinato da uno dei suoi “picciotti” con due colpi di una calibro 9. Questioni di denaro e viltà.



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