Il panorama giuslavoristico italiano segna un punto di svolta con l’emanazione del cosiddetto “Decreto Salario Giusto” da parte del Governo Meloni. Un provvedimento che punta a risolvere l’annosa questione del salario minimo non attraverso un’imposizione legislativa rigida, ma valorizzando il ruolo centrale della contrattazione collettiva.
In questo scenario, la voce di Eleno Mazzotta, Segretario Generale Nazionale di Federaziende, risuona con netta approvazione. “Il Governo ha ascoltato il nostro appello”, esordisce Mazzotta, sottolineando come il decreto riesca finalmente a bilanciare la libertà sindacale con il rafforzamento del principio di equivalenza.

Un benchmark ancorato ai CCNL più rappresentativi
Il cuore della riforma risiede nell’individuazione di un criterio di riferimento dinamico: il Trattamento Economico Complessivo (TEC). Non si guarda più solo ai minimi tabellari, ma a una visione olistica della retribuzione che include:
- minimi tabellari;
- quattordicesima e scatti di anzianità;
- misure di welfare contrattuale.
Secondo Federaziende, l’ancoraggio ai contratti collettivi nazionali (CCNL) sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative è una scelta tecnicamente solida. Questa impostazione si allinea perfettamente all’evoluzione della giurisprudenza legata all’Articolo 36 della Costituzione, che richiede una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro.
Pluralismo contrattuale contro il dumping
L’elemento di maggiore innovazione, evidenziato con favore da Mazzotta, è il riconoscimento della legittimità dei cosiddetti contratti “minori”. Il decreto non li cancella, ma ne vincola l’esistenza a un meccanismo di verifica rigoroso:
- Assenza di scostamenti peggiorativi: nessun contratto può offrire condizioni inferiori rispetto ai “CCNL leader” del settore.
- Equivalenza sostanziale: viene garantito il pluralismo contrattuale, permettendo alle diverse associazioni di operare, purché non si scenda mai sotto il perimetro di tutela dei contratti di riferimento.
”Questa soluzione evita derive dirigistiche di un salario minimo rigido e uniforme, ma allo stesso tempo blocca i fenomeni di dumping contrattuale”, spiega Simona De Lumè, Presidente di Federaziende.

Le sfide operative: definire il perimetro
Nonostante il giudizio complessivamente favorevole, Federaziende invita alla cautela sulla fase applicativa. La sfida sarà ora definire con estrema precisione i criteri per individuare il contratto leader applicabile e le modalità di comparazione tra istituti eterogenei.
Senza linee guida puntuali, il rischio è quello di un aumento del contenzioso, specialmente nei settori più frammentati. Tuttavia, la direzione intrapresa sembra essere quella corretta: un intervento equilibrato che tutela l’autonomia collettiva e garantisce che ogni lavoratore riceva, nei fatti, un salario non solo legale, ma “giusto”.
Federaziende conferma così il proprio sostegno a un impianto normativo che non impone dall’alto, ma responsabilizza le parti sociali, ponendo un vincolo di non regressione a salvaguardia di tutto il sistema produttivo italiano.
