Ci sono serie televisive che finiscono, senza lasciare il segno. E poi ci sono storie che, anche dopo l’ultima puntata, continuano a rimanere impresse nella memoria, anche di chi non le ha amate. Era l’8 marzo 1987 quando negli Stati Uniti andò in onda l’episodio finale di A-Team, uno dei telefilm più seguiti degli anni Ottanta. Una serie che ha insegnato a intere generazioni il valore dell’amicizia, della lealtà e della giustizia con quella miscela di azione, ironia e avventura che ancora oggi resta inconfondibile. Ogni episodio si concludeva con la vittoria dei buoni, ma soprattutto con la certezza che esiste sempre un piano per aiutare chi ha bisogno, per fare la cosa giusta. Quel giorno, dopo cinque stagioni di inseguimenti e missioni impossibili, il pubblico salutò, per l’ultima volta, il gruppo di ex soldati più famoso della televisione. E con loro si chiudeva anche un piccolo pezzo di televisione che avrebbe continuato a vivere ben oltre il suo finale.
A-Team: il telefilm che ha segnato un’epoca
La serie, andata in onda dal 1983 al 1987, raccontava le avventure di un gruppo di veterani della guerra del Vietnam accusati ingiustamente di un crimine mai commesso. Evasi da un carcere militare, vivono in fuga e aiutano chiunque sia vittima di ingiustizie mentre cercando di dimostrare la propria innocenza. Ogni puntata seguiva uno schema quasi rituale: qualcuno chiedeva aiuto, il team arrivava con il mitico furgone GMC Vandura nero con strisce rosse, costruiva armi improvvisate con materiali di fortuna e ribaltava la situazione a favore dei più deboli. E poi c’era quella frase entrata nella storia della televisione: “Adoro i piani ben riusciti.”
Una formula narrativa semplice, ma incredibilmente potente: la genialità di John “Hannibal” Smith, il leader stratega interpretato da George Peppard sempre pronto a improvvisare un piano impossibile con il suo immancabile sigaro tra le dita, l’odio viscerale di Bosco “P.E.” Baracus per il volo che lo costringeva a essere sedato ogni volta che la squadra doveva prendere un aereo, le truffe geniali di Templeton “Sberla” Peck per procurarsi l’attrezzatura necessaria, e la follia calcolata di H.M. “Howling Mad” Murdock.
Curiosità: Nonostante le migliaia di proiettili sparati e le spettacolari esplosioni, nell’A-Team non moriva quasi mai nessuno. Le auto si ribaltavano, ma i cattivi uscivano sempre dai rottami storditi ma incolumi. Era una violenza fumettistica, rassicurante e adatta alle famiglie.
L’ultima puntata dell’8 marzo 1987
La quinta stagione, composta da 13 episodi, fu anche l’ultima. La puntata dell’8 marzo 1987 non fu un finale spettacolare o carico di effetti speciali come quelli a cui oggi siamo abituati. Fu qualcosa di più semplice, quasi malinconico: un addio silenzioso a personaggi che per anni avevano fatto compagnia a milioni di spettatori.
Negli anni Ottanta, dopotutto, le serie spesso finivano spesso così: senza grandi cerimonie, lasciando l’impressione che i protagonisti continuassero a vivere le loro avventure fuori dallo schermo, lontano dalle telecamere.
E forse è proprio questo che rende il finale dell’A-Team così speciale. Perché, in fondo, nessuno ha mai davvero creduto che fosse l’ultima missione. Da qualche parte, nell’immaginario di chi è cresciuto con quella sigla e con quel furgone nero e rosso che sfreccia tra esplosioni e inseguimenti, l’A-Team continua ancora a rispondere a quella chiamata. Perché, come recitava la voce fuori campo,
Se avete un problema, se nessuno può aiutarvi…
forse potete trovare l’A-Team.
