Marcinelle, nel 1956 la tragedia nella miniera di carbone. 15 ‘musi neri’ erano salentini

Era l’8 agosto del 1956, quando un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier causò la morte di 262 minatori, 136 italiani.

Santo Martignano, Rocco Vita, Cesare Perdicchia, Cosimo Merenda, Salvatore Ventura, Carmelo Serrano, Donato Santantonio, Pompeo Bruno, Roberto Corvaglia, Vito Venneri, Salvatore Cucinelli, Francesco Palazzo, Salvatore Capoccia, Pasquale Stifani, Cosimo Ruperto. Sono i nomi dei giovani, dei padri, dei mariti salentini che hanno perso la vita nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle vicino a Charleroi. Era l’8 agosto del 1956.

La tragedia di Marcinelle

Le lancette dell’orologio segnavano le 8.30 del mattino, quando nel pozzo numero uno andò in scena una tragedia senza precedenti che scosse il Belgio e il mondo intero. Un incendio causato da un errore umano nella movimentazione dei carrelli trasportatori costò la vita a 262 minatori di dodici diverse nazionalità. 136 erano italiani. Fu un accordo politico siglato nel 1948 dai governi di Roma e Bruxelles a portare decine di migliaia di uomini, ‘sporchi maccaroni’ come venivano chiamati dalla popolazione belga, a lavorare nei pericolosi cunicoli delle miniere, spinti dalla fame. Braccia umane in cambio di carbone.

Quando le fiamme furono domate, ventiquattro ore dopo, i soccorritori cercarono disperatamente superstiti. L’unica possibilità di trovare qualcuno ancora vivo era un rifugio, situato a 1.035 metri sotto terra. Lavorarono ininterrottamente per giorni per raggiungerlo, ma quando aprirono la porta scoprirono solo cadaveri, abbracciati gli uni agli altri. Era troppo tardi: uno dei minatori intrappolati aveva scritto con il carbone: «È l’una e trenta, siamo in 50 e fuggiamo verso la 26 PO», nome dato a uno dei tratti di una galleria della miniera.

Anche la più piccola speranza delle giovani mogli, delle madri e dei figli fu spezzata da un comunicato che annunciava “Sono tutti morti”, così come titolarono i quotidiani dell’epoca, usciti di buona mattina in edizione straordinaria, listati a lutto. I «musi neri», come erano soprannominati i minatori per via della fuliggine impressa sui visi, avevano trovato in quei cunicoli la fine.

Il 22 marzo del 1957 furono portati in superficie gli ultimi corpi. Era una geografia del disastro italiano: Abruzzo 60, Puglia 22, Marche 12, Friuli 27, Molise 7, Sicilia 5.



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