Giordano Bruno, l’eretico ‘impenitente’ bruciato vivo

Il 17 febbraio 1600 il filosofo Giordano Bruno fu arso vivo a Campo dei Fiori, dopo la condanna per eresia e 8 anni di Carcere.

«Ho lottato… molto… e la vittoria è riposta nelle mani del Destino. Che questi possa proteggermi per quanto in suo potere, chiunque regnerà. I posteri non potranno negare che non ho avuto paura di morire, che in costanza non fui secondo a nessuno e ho preferito una morte da spirito libero a una vita da vile». Sono le ultime parole di Giordano Bruno, un testamento spirituale del filosofo bruciato vivo a Campo dei fiori, a Roma, dove oggi c’è una statua dello scultore Ettore Ferrari a ricordare il punto in cui fu torturato e ucciso, come simbolo della “libertà di culto e d’opinione”.

Il processo

«Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla.», disse rivolgendosi ai
giudici dell’Inquisizione veneziana. Era stato arrestato la sera del 23 maggio 1592, dopo che un patrizio veneziano, Giovanni Mocenigo, presentò una denuncia scritta, accusandolo blasfemia, di praticare arti magiche, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine. Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse. Nega quanto può, tace, mente, si giustifica, prova a spiegare che un filosofo, ragionando secondo «il lume naturale», può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza per questo essere un eretico. Chiese anche perdono per gli «errori» commessi, si dichiarò disposto a ritrattare i punti in contrasto con la dottrina della Chiesa.

Il processo , sostenuto dall’inquisitore Bellarmino (lo stesso che processò Galileo Galilei), si chiuse con un “non luogo a procedere”, ma nuove denunce e testimonianze, tra cui quella di un frate cappuccino, suo compagno di carcere a Venezia, aggravano la sua posizione. Alla fine dopo diversi interrogatori e “inviti” a fare un passo indietro fu condannato. La sentenza lo dichiarò «heretico impenitente, pertinace et ostinato». Un’impenitenza che significava morte certa.

Il rogo

Giordano bruno fu rinchiuso nel carcere di Tor di Nona, a pochi passi da Castel Sant’Angelo, chiamata “la prigione del Papa”. La sua condanna a morte fu eseguita il 17 febbraio, alle prime luci dell’alba. Il filosofo e frate di Nola fu condotto a Campo di Fiori, spogliato nudo, legato a un palo e bruciato vivo. Una mordacchia in bocca soffoca le ultime parole I suoi scritti furono inseriti in una lista nera, un indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica. Era vietato leggerli e possederli. Mentre il filosofo ardeva vivo in mezzo alla piazza, prima che le sue ceneri fossero gettate nel Tevere, i suoi scritti venivano dati alle fiamme sulla scalinata della basilica di San Pietro.

La sua vita è stata un lungo viaggio, cominciato a Nola nel 1548 e finito a Roma nel 1600. Tra le due città, un sentiero invisibile che ha attraversato Torino, Venezia, Padova, Ginevra, Lione, Parigi e Londra. Come molti suoi predecessori, Bruno è stato un uomo vissuto nell’epoca sbagliata per affermare le sue idee.



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