L’immigrazione vista dagli occhi di chi la vive, le parole di Babù Smiley

Babù Smiley racconta l’immigrazione con gli occhi di chi è sbarcato su una terra straniera ricco di speranza e di sogni, ma si è ritrovato a lavorare nei campi e a fare i conti con i pregiudizi della popolazione italiana. con l’Africa nel cuore sogna il cambiamento.

Nel momento storico in cui viviamo, fatto di continui sbarchi di migliaia di emigranti che fuggono non solo dalla povertà, dalla guerra, dalla tortura, dal terrore dei nuovi mostri del ventunesimo secolo, cresce paradossalmente il razzismo e l’omofobia. Se nei momenti di emergenza c’è la generosità e l’operatività di un Paese con politiche sociali molto accoglienti verso chi arriva stremato a bordo di barconi, d’altra parte, invece, nell’opinione pubblica cresce la paura, la diffidenza e il terrore di essere ‘invasi’ dagli emigranti visto l’elevato numero di sbarchi in questi ultimi anni e soprattutto dopo il dilagare del terrorismo islamico.

L’immane tragedia dei 900 morti in mare ha reso il Mediterraneo un cimitero all’aperto per  uomini, donne e bambini che speravano e sognavano un futuro diverso; l’ecatombe ha commosso l’Italia, ma non ha zittito né placato le critiche e i timori di chi sostiene che presto i clandestini occuperanno le proprie case, prenderanno i loro posti di lavoro e faranno del male ai propri cari. Pregiudizi, infondate paure, o realistiche previsioni? La verità è che non tutti sono clandestini, non tutti sono malintenzionati e non tutti restano in Italia, ma la attraversano per raggiungere Paesi del nord Europa.

Ma cosa pensa chi l’indifferenza e la presunzione di superiorità razziale la vive sulla propria pelle? Leccenews24  insieme a Eugenio Palma hanno raccolto le confidenze e la storia di un ragazzo lontano dallo stereotipo della cultura occidentale: Babù Smiley  si fa chiamare e lui è un ragazzo di 36 anni del Kenya.
Babù è il nome con cui lui si identifica poiché quello d’origine non può utilizzarlo per motivi ideologici, figlio di una famiglia numerosa e povera, decide presto di allontanarsi dalla sua Patria per realizzare i suoi sogni. Storia comune a tanti emigranti africani: sbarca a Lampedusa e da lì comincia la sua avventura in Italia, il paese della felicità, del lavoro, dei soldi, o almeno così se lo era immaginato Babù.
Ben presto si accorge che la realtà non coincide con la sua immaginazione e lui che avrebbe voluto andare all’università e studiare giurisprudenza deve, invece, rimboccarsi le maniche e prestare alla terra le sue braccia. Lavoro duro e faticoso che non gli impedisce, però, di portare avanti la lettura di libri e di approfondire i suoi studi. Babù si impone come obiettivo quotidiano “diventare qualcosa in più rispetto a ieri” e ci riesce.

Con i suoi occhi analizza l’ambiente che lo circonda, fatto di poca cultura sulla questione immigrazione, di ipocrisia, di approfittatori e di gente che alza ‘il muro invisibile di pregiudizi, presunzione e menzogne senza pensare che gli immigrati possono diventare cultura e risorse per l’Italia’.

Gli occhi di Babù si illuminano quando parla dei suoi sogni e del suo futuro che è racchiuso in un due parole: ‘Rinascimento africano’. Riappropriarsi del proprio futuro, della propria vita e della propria patria, avendo una casa, una famiglia e un lavoro nella terra d’origine, questo è ciò che Babù  augura a se stesso e ai suoi connazionali che come lui hanno dovuto dire addio al loro continente. ‘Con determinazione e dedizione l’uomo ha smentito con la volontà ciò che in passato veniva considerato utopia facendola diventare realtà’ e così un giovane uomo di colore sogna di aprire una palestra di arti marziali e di incidere un giorno le canzoni che scrive in italiano, inglese e lingua suami.

I profughi sono anche questo: uomini e donne con un vissuto da chiudere in un cassetto per creare il futuro, sogni infranti e desideri ancora da realizzare, non solo braccianti da sfruttare o venditori ambulanti. Viaggiatori senza meta con tanti sogni in tasca e la loro terra nel cuore.



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