Il ‘Ninfeo delle Fate’ a Lecce: storia e leggenda nascosti a Masseria Tagliatelle

Appuntamento con la storia a Masseria Tagliatelle, dove si nasconde il Ninfeo delle Fate, un luogo magico scavato nella roccia

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La bellezza a volte si nasconde. Nonostante sia sotto gli occhi di tutti passa inosservata. È stato così per il Ninfeo delle Fate a Lecce, uno scrigno di storia di cui si era persa la memoria. Si mormorava da tempo di un luogo magico a pochi passi dalle cave di Marco Vito, un posto che aveva fatto da sfondo ad antiche leggende tramandate da generazione in generazione.

La donna pazza

Uno dei racconti più popolari ha come protagonista una donna che, non potendo avere figli, aveva perso la testa, il desiderio di maternità l’aveva condotta alla follia. La poveretta si aggirava spesso tenendo in braccio un pezzo di legno che coccolava come se fosse un bambino. Durante una delle sue passeggiate, incontrò le fate che abitavano al Ninfeo. Una, in particolare, provò una gran pena per quella “tignusa” infelice e derisa da tutti. Così, mossa dalla pietà, trasformò il tronco che stringeva forte in un bambino vero. Un racconto che svela un altro lato delle meravigliose creature, spesso descritte come ‘dispettose’. Nessuno poteva ammirarle anche se c’è chi giura di averle viste di notte, “mezze nude” e affascinanti, quando uscivano per bussare alle porte delle case vicine per spaventare la gente che potevano impietrire con uno sguardo.

Nel ninfeo era nascosta l’«acchiatura» delle fate. Si dice che un contadino, salvato dalle fate in una notte di tempesta – un fulmine lo sfiorò, bruciacchiandogli i calzoni, senza fargli male – sia riuscito a  trovare la nicchia piena di tesori, ma non abbia mai rivelato a nessuno il punto preciso come gesto di riconoscenza.

Il ninfeo delle fate di Masseria Papaleo

Il viaggio nel passato comincia in una traversa di viale Grassi, non lontano dal centro storico. Lì, dove si affaccia Masseria Tagliatelle (chiamato così perché si tagliava la pietra leccese per le fabbriche della città), un palazzo nobiliare o meglio una casa palazziata appartenuta a Scipione De Summa che ha governato la Terra d’Otranto all’inizio del 500, si nasconde il Ninfeo delle Fate, un luogo di acqua, volendo anche di ozio, nel quale le dame si riunivano per stare al fresco e passare del tempo assieme. Senza dubbio un posto magico, con tutto il suo carico di fascino secolare.

È chiamato così per le sculture che troneggiano nelle dodici nicchie, sei per ogni lato. Ne sono rimaste sei: tre per ogni parete. Sei figure femminili a grandezza naturale che sembrano disegnate da Botticelli. Le statue di queste creature mitologiche, di cui una con il capo coronato di fiori, accolgono i passanti verso l’area in cui penetrava l’acqua sorgiva e le nobil donne chiacchieravano del più e del meno. Una delle nicchie, infatti, immette in un vano circolare più piccolo con una copertura a falsa cupola e foro centrale. Un luogo adibito a funzioni termali.

Un bassorilievo ricavato nella pietra viva svela l’ingresso della struttura ipogea del XVI sec. Oggi dell’ architrave che doveva essere di particolare pregio resta ben poco se non le parole di Francesco Tummarello che visitò il posto nel 1925.

“Appena si mette piede nel giardino, si è richiamati da un grande bassorilievo su l’architrave d’una porta -della murata a destra del caseggiato soprastante. Tale bassorilievo, intagliato sulla pietra leccese, e formante l’architrave, è quasi tutto corroso, ma vi si scorgono ancora due grandi angioli che sostengono una targa con una logora e indecifrabile iscrizione, la quale principia colla seguente parola: NIMPHIS ET…. POMO…. in carattere lapidario romano. Poco al disopra, sono intagliati due piccoli scudi colle insegne attaccati alla cornice; in uno dei quali scorgonsi due torri e un leone rampante.”

Percorrendo la scala che conduce all’esterno è possibile ammirare un affresco, datato 1585: si tratta della scena dell’Annunciazione dell’Angelo alla Vergine Maria.

Si tratta di ambienti meravigliosi, magnifici, che Lecce può deve rendere accessibili ai cittadini. Possedere certe bellezze architettoniche è un dono, far sì che diventino fruibili è un dovere. Soprattutto in una città a vocazione turistica.



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