Riaffiorano segreti e colori nascosti dal tempo, torna a splendere la chiesa di Sant’Antonio da Padova a Minervino

Ultimati i lavori di restauro, riapre le sue porte al pubblico la Chiesa di Sant’Antonio da Padova a Minervino di Lecce. Mercoledì la cerimonia.

Minervino di Lecce, conosciuta per il suo dolmen e le sue chiese si riappropria di un gioiello, rimasto chiuso per permettere ai lavori di ristrutturazione di portare alla luce il suo antico splendore. La Chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova, a pochi passi dal convento dei Francescani riformati, è pronta ad aprire le sue porte e svelare i segreti rimasti nascosti dal tempo. Almeno quelli che si possono “raccontare”. Se otto camere sepolcrali ipogee riscoperte al di sotto del pavimento non sono state recuperate per ragioni di sicurezza, il restauro ha permesso di scoprire la straordinaria vivacità cromatica del pulpito, prima occultato da una vernice bianca, e dell’altare maggiore.

L’appuntamento da segnare in rosso sull’agenda è quello di mercoledì 12 giugno, quando è fissata la cerimonia di riapertura alla cittadinanza della chiesa, chiusa per ultimare i lavori, finanziati dal Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno e condotti dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto.

Dopo un breve excursus sugli interventi effettuati, alla presenza del Prefetto di Lecce Maria Teresa Cucinotta e dell’Arcivescovo di Otranto, Mons Donato Negro, la cerimonia proseguirà con il taglio del nastro che sancirà la riapertura del luogo sacro, amatissimo dalla comunità.

Una storia lunga storia 395 anni

Secondo alcune fonti la Chiesa di Sant’Antonio da Padova fu voluta dalla locale Universitas, ma la presenza all’interno di alcuni stemmi della famiglia dei Venturi, feudatari di Minervino dal 1619, fa pensare ad un consistente intervento economico dei duchi, da poco insediati. Fondata con il convento nel lontano 13 giugno del 1624, fu dedicata al Santo portoghese.

La chiesa originaria non era come la ammiriamo oggi. Più volte la mano dell’uomo l’ha perfezionata, rendendola ancora più bella. Gli stucchi, ad esempio, sembrano risalire alla prima metà del Settecento, e ricoprono un apparato decorativo molto più semplice, le cui tracce sono appena visibili in una delle cappelle della navata destra.

Antichissimo anche l’organo con aggettante cantoria lignea, opera di Carlo Sanarica del 1733 sistemato sulla parete sinistra. Tra le opere presenti spicca la tela dell’altare maggiore, «L’Addolorata con Sant’Antonio», attribuita al gallipolino Gian Domenico Catalano e realizzata verosimilmente con la fondazione del convento.

La chiesa è ad aula unica, scandita in quattro campate uguali – l’ultima delle quali è il presbiterio – coperte da volte a botte lunettate. Sulla parete destra si aprono arcate che introducono quattro cappelle, la prima delle quali è dedicata a Sant’Antonio da Padova. I restauri dell’altare ligneo di questa cappella, opera di ebanisti di notevole abilità, hanno rivelato alcuni aspetti finora non conosciuti o poco considerati, come la dedicazione al santo di Padova, messa in dubbio dalla scoperta della figura dell’arcangelo Michele sulla sommità dell’altare, o la nicchia che ospita la statua di S. Antonio, di foggia cinquecentesca ma incastonata nella struttura dell’altare di due secoli più tarda.