Addio a Indro Montanelli, il ricordo del giornalista tutto d’un pezzo

Il 22 Luglio 2001 la scomparsa di uno dei più grandi giornalisti italiani, Indro Montanelli. Da “I sogni muoiono all’alba” a “La storia d’Italia”, la sua eredità professionale e culturale.

«Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore.» Concisione e limpidezza della sua scrittura, erano queste le caratteristiche che distinsero Indro Montanelli, uno tra i più popolari giornalisti italiani del Novecento. Iniziò la sua carriera durante il ventennio fascista e per circa quattro decenni fu l’uomo-simbolo del principale quotidiano d’Italia, il Corriere della Sera.

Laureato in Giurisprudenza all’Università di Firenze, firmò il suo primo articolo, su Byron e il cattolicesimo, sulla rivista Il Frontespizio di Piero Bargellini. Quando l’Italia, dopo l’8 settembre 1943, cadde sotto l’occupazione tedesca, decise di aderire al gruppo clandestino di Giustizia e Libertà. Ma prima che riuscisse ad unirsi alle formazioni combattenti fu scoperto dai nazi-fascisti e imprigionato.

Tornato in Italia dopo la guerra, ricominciò un difficile cammino di risalita all’interno del Corriere, diventandone uno dei massimi esponenti e fino al conseguente abbandono, per contrasti sulla nuova linea politica della testata. Diresse così per vent’anni un altro quotidiano da lui stesso fondato, il Giornale, fino all’entrata in politica di Silvio Berlusconi, da lui apertamente disapprovata.

Lasciato anche Il Giornale, nel marzo 1994, fondò allora la Voce, un quotidiano che chiuse tuttavia l’anno seguente quando tornò nuovamente a scrivere per il Corriere della Sera, fino agli ultimi anni della sua vita.

Fu autore di una collana di libri di storia a carattere divulgativo, Storia d’Italia, i quali narrano la storia d’Italia dall’antichità alla fine del XX secolo e coregista de “I sogni muoiono all’alba”, del 1961, un film di stampo giornalistico. In ciascuna di queste attività Montanelli seppe conquistare un largo consenso di lettori e seguaci.

L’eredità di Montanelli: “Storia d’Italia” e l’integrità del giornalista

Fra i vari riconoscimenti dedicati a Montanelli, spicca la nomina a senatore a vita offertagli nel 1991 dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che rifiutò a garanzia della sua completa indipendenza, spiegando “Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza”

Tra le tante opere di assoluta importanza, Storia d’Italia è di certo quella da ricordare e tramandare del lavoro del giornalista e divulgatore storico italiano. Composta da 22 volumi, ognuno dedicato a un’epoca della storia italiana dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente al 1997, è diventata nel tempo un longseller, la più popolare serie storica incentrata sul passato d’Italia.
Montanelli spiegava di aver scoperto un pubblico appassionato di Storia, ma fin allora respinto dai testi, pur eccellenti e di studiosi specialisti, incapaci però di avvicinare il lettore comune.

Insieme alla collaborazione di Roberto Gervaso e Mario Cervi realizzò il più grande ritratto storico d’Italia dai tempi di Roma e dei Greci al Medioevo, dall’Italia del Settecento e dell’unificazione al periodo del fascismo e delle due guerre mondiali, dalla nascita della Repubblica agli anni Novanta dello scorso secolo.

Oggi a vent’anni dalla sua scomparsa avvenuta il 22 luglio 2001, nonostante la parentesi e le controversie del caso “L’ora della Verità” di Gianni Biasich, in cui Montanelli raccontò della sua esperienza in Etiopia, rimane comunque l’esempio dell’integrità professionale e dell’immenso lavoro svolto a servizio del suo Paese.



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