Enzo Tortora, il caso di un uomo per bene trattato da criminale

Il celebre giornalista Enzo Tortora, il volto di “Portobello” fu arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Era l’alba del 17 giugno 1983.

«Ero in una stanza d’albergo, dove scendo da circa 20 anni. Bussarono alle 4:15 del mattino, tenga presente che il giorno precedente avevo respinto con un sorriso la notizia che alcuni colleghi giornalisti, ex colleghi perché sono stato anche sospeso dall’ordine, mi diedero: “c’è un’Ansa che dice che ti hanno arrestato”. Risposi, all’epoca avevo ancora una sufficiente dose di ironia: “credo che la notizia sia leggermente esagerata!”». Non lo era. Quando Enzo Tortora, volto storico di «Portobello» ha raccontato così il giorno del suo arresto in un’intervista di Giuseppe Marrazzo, datata 14 maggio 1984, la sua storia pubblica e privata era stata già scritta e segnata per sempre.

Un uomo per bene trattato da criminale

Perché esiste una linea netta che divide il prima e il dopo. L’Enzo Tortora «uomo per bene», volto della trasmissione considerata la madre della televisione anni Novanta e che batterà ogni precedente record di ascolti, dall’Enzo Tortora «criminale» sbattuto sulle prime pagine dei giornali senza nemmeno il beneficio del dubbio.

Una linea che separò anche i ricordi che ha lasciato il celebre conduttore televisivo, citato sia per il suo balletto divertito con Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Corrado immortalato per sempre in quelle immagini in bianco e nero che per quel triste caso giudiziario che lo ha travolto improvvisamente all’alba di un giorno qualunque, quando venne portato via in manette dalla polizia, all’apice della sua popolarità, nella convinzione di essere di fronte ad un semplice caso di omonimia. Una linea che, da quel giorno, divise l’Italia tra colpevolisti e innocentisti.

L’arresto

Era il 17 giugno 1983 quando scattò il blitz, tenuto in caldo per mesi e preparato in gran segreto, destinato a rimanere agli onori della cronaca come il «venerdì nero» della camorra. Nome in codice: “Operazione Portobello”. Il perché lo si capirà poco dopo. Tortora venne svegliato quando da poco erano passate le 4.00 del mattino nella sua stanza in uno dei più lussuosi alberghi romani, dai Carabinieri di Roma che lo arrestano con un’accusa pesantissima: associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico d’armi e di stupefacenti. Insieme al suo vengono spiccati altri 855 mandati di cattura.

Si racconta che in Questura venne colpito da un collasso cardiocircolatorio, una crisi ipertensiva, ma il giornalismo-spettacolo doveva andare avanti così quando uscì alle 11.00 per essere trasferito nel carcere di Regina Coeli, l’auto era “putacaso” parcheggiata sull’altro lato della strada. Tortora fu costretto ad attraversarla a testa alta per almeno 25metri, davanti a centinaia di telecamere e fotografi. La foto scattata in quegli interminabili momenti ha fatto immediatamente il giro del mondo. Ai cronisti riuscì a dire solo poche frasi: «È uno dei più clamorosi errori giudiziari degli ultimi tempi, sono sbigottito quanto voi».

Fu la prima volta che urlò a tutti la sua innocenza, nonostante crescesse continuamente il numero dei “pentiti” che lo accusavano: uno, due, poi tre. Alla fine se ne contarono una ventina, 19 per l’esattezza.

L’ordine di arresto era stato spiccato dalla procura di Napoli sulla base delle accuse di alcuni «pentiti». Giovanni Pandico «’o pazzo», dichiarato psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, noto per aver sparato al padre, avvelenato la madre, dato fuoco alla fidanzata, senza contare la strage nel Municipio del suo paese dove aveva ucciso a sangue freddo gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita. Pandico fece il nome di Tortora solo al quarto interrogatorio dove, in un elenco di malavitosi, lo citò al sessantesimo posto con il titolo di camorrista “ad honorem”. E Pasquale Barra detto «’o animale», il killer dei penitenziari, famoso per avere ucciso in carcere Francis Turatello. Per 17 interrogatori, nonostante gli fosse stato mostrato l’elenco compilato da Giovanni Pandico, non fece mai il nome di Tortora, finché poi, al diciottesimo, improvvisamente cambiò idea.

Riscontri? Nessuno. Unica “conferma” un’agendina, giunta agli inquirenti da Lecce, che il 15 maggio 1983, un mese prima del blitz, era stata sequestrata nell’abitazione di un camorrista napoletano, Giuseppe Puca, noto come ‘o giappone. Un librettino con la copertina nera pieno di fogli scritti con una grafia confusa.

Sotto la lettera T compariva anche il nome, scritto in corsivo, di Tortora Enzo, con accanto un numero di telefono: in seguito le indagini calligrafiche proveranno che il nome era Tortona e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.

Poi fu la volta di Gianni Melluso, detto “il bello” o “cha cha cha” che durante i beati anni della delazione contro Tortora, usufruì di trattamenti di particolare favore, come gli incontri con Raffaella, che restò incinta e diventò sua moglie in un memorabile matrimonio penitenziario con lo sposo vestito Valentino.

Va detto che Melluso fu l’unico a chiedere perdono ai familiari di Tortora, in un’intervista all’Espresso del 2010: «Lui non c’entrava nulla, di nulla, di nulla. L’ho distrutto a malincuore, dicendo che gli passavo pacchetti di droga, ma era l’unica via per salvarmi la pelle. Ora mi inginocchio davanti alle figlie». «Resti pure in piedi» fu la risposta di Gaia, la terzogenita.

Il resto è storia nota: le accuse si riveleranno del tutto false. Nonostante ciò, il conduttore scontò sette mesi di carcere. Eletto parlamentare europeo fra i Radicali, Tortora rinunciò all’immunità e restò ai domiciliari, certo che il processo avrebbe ristabilito la verità. Il 15 settembre 1986, venne assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli.

Memorabile il suo appello in aula nei confronti dei giudici napoletani: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».  Il 17 giugno 1987 la Cassazione confermò l’assoluzione in appello.

La morte

Un anno dopo, il 18 maggio 1988, Tortora morì, stroncato da un tumore. «In quelle orrende mura del carcere – dirà nell’ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell’ospedale – mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro…» La sua vita si era fermata molto prima, il 17 giugno 1983 quando Enzo Claudio Marcello Tortora, figlio di un napoletano che faceva il rappresentante di cotone a Genova, giornalista e presentatore televisivo in gran spolvero, diventò all’improvviso “il caso Tortora”.

La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, segnò comunque la nostra storia. Un po’ come quel “Dunque, dove eravamo rimasti?



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