C’era un tempo in cui viaggiare in autostrada somigliava a una partita di Risiko a cielo aperto, dove il retro di una immancabile Fiat poteva raccontarti un’intera biografia in sole due lettere. Una carta di identità in metallo che raccontava molto di più di una costruita bio su Instagram. Le targhe delle auto con la sigla della provincia erano simboli di appartenenza che trasformavano ogni sorpasso in un incontro ravvicinato di tipo geografico, un legame che spesso sfociava in un amichevole colpo di clacson tra “compaesani”. Erano un po’ come l’accento quando parli: impossibile da nascondere, immediatamente riconoscibile.
Dal 1927 al 1994 le targhe provinciali italiane sono state molto più di un pezzo di metallo: erano una piccola carta d’identità della nostra auto e, in fondo, anche la nostra. Era un modo per portarsi dietro un pezzetto di casa, una rassicurazione metallica. Era folklore stradale, una sorta di dialetto automobilistico. Quelle due lettere raccontavano storie di mare, di montagna, di città caotiche o di province lente e ostinate. Ogni auto diventava una mappa viaggiante dell’Italia, un mosaico di identità che si incrociavano sull’asfalto.
Il fascino chiaroscuro delle due lettere
Non era sempre tutto rose e fiori. C’era anche il lato “brutto” delle vecchie targhe: i pregiudizi. Essere giudicati per due lettere, essere fermati “un po’ più spesso”, sentire commenti non richiesti solo perché eri fuori zona. Non era tutto romanticismo: a volte quelle sigle diventavano etichette, e non nel senso carino. Quel marchio di fabbrica portava con sé un peso non indifferente, trasformando la carrozzeria in una sorta di bersaglio mobile. Entrare in una città rivale con la targa “sbagliata” durante una domenica di campionato significava vivere con l’ansia costante di ritrovare lo specchietto penzolante o un poetico insulto inciso sulla portiera. Il campanilismo italiano, d’altronde, trovava nelle targhe la sua espressione più spietata.
Il 1994 e l’arrivo delle targhe anonime
A un certo punto però le targhe provinciali non bastano più: le combinazioni si esauriscono e serve un sistema più capiente. Così, a partire dal 1994, arriva il nuovo formato nazionale: due lettere, tre numeri, due lettere (tipo AA 000 AA), uguale per tutta Italia e senza legame fisso con la provincia. Un algoritmo impersonale prende il posto della geografia. Da lì in poi le nuove auto iniziano a girare con sigle impersonali, orchestrate a livello centrale dal Ministero, senza più quel tocco di campanilismo metallico di un tempo.
Eppure, nell’epoca delle targhe anonime, pulite, un po’ ci mancano. Ci manca riconoscerci senza parlare. Ci manca quell’orgoglio silenzioso appeso dietro la macchina. Oggi siamo tutti più uguali, più neutri… ma anche un filo più invisibili.
Quelle vecchie targhe provinciali non erano solo numeri e sigle: erano storie in movimento. E forse, ogni tanto, sentiamo ancora la nostalgia di quando bastava guardare un’auto davanti a noi per sapere, almeno un po’, chi c’era dentro.
