Operazione Labirinto, la caratura criminale di Saulle Politi e i rapporti con la ‘ngrangheta

Chi era Saulle Politi, il 46enne finito nelle pagine dell’inchiesta “Labirinto”. Il capo del gruppo che ‘controllava’ il territorio da Monteroni a Porto Cesario aveva saputo legarsi anche alla ngrangheta calabrese.

Saulle Politi, capo indiscusso di uno dei due gruppi criminali smantellati nell’operazione «Labirinto», “è cresciuto” con Vincenzo Rizzo, il boss che era riuscito a ricostruire, una volta uscito dal carcere, un sodalizio attivo a San Cesario, San Donato e Lequile. In una conversazione del 19 febbraio 2016 sulla gestione del traffico di stupefacenti, Rizzo ha usato parole lusinghiere per descrivere il suo affiliato «quello con me è da una vita che sta… è dal novanta, sono ventisei anni… non ha mai cambiato bandiera», riconoscendo con il suo interlocutore il carisma criminale «il ragazzo onestamente ha lavorato bene e si è piazzato pure bene. A me mi ha sempre mantenuto la verità giusta, sempre da quando sono uscito». Frasi che lasciano intuire che sia stato aiutato economicamente da Politi durante i 21 anni trascorsi in carcere e di aver avuto un sostegno anche quando è tornato in libertà.

Un’opinione un po’ diversa l’aveva Tommaso Danese, 42enne di Lecce ‘specializzato’ nella commissione di atti estorsivi e intimidatori, quanto nel traffico di stupefacenti. Lui – che era entrato a far parte del clan Rizzo dopo “formale affiliazione” – riferendosi a Saulle Politi riteneva che il potere e i soldi avessero offuscato la capacità di riconoscere tra gli affiliati quei connotati di serietà e affidabilità idonei a garantire una gestione del sodalizio in modo ottimale e senza il rischio di incorrere nei rigori della legge: «si è fumato il cervello. Il potere gli ha dato alla testa tutti quelli che hanno presi il potere per i soldi non stanno funzionando».  Come lui, molti altri erano convinti che, per come stavano andando le cose, prima o poi sarebbe successo qualcosa che avrebbe posto fine al potere di Saulle, «Lì qualcosa succede, lo sai no? Noi vogliamo stare in grazia di Dio, ci mettiamo in panchina e ce ne fottiamo…quando ci tocca a noi giocare, giochiamo. Quando tocca a noi giochiamo noi e si mettono loro in panchina».

Eppure quella del 46enne di Monteroni è stata una vera e propria scalata al vertice grazie anche al «manto della carità», una specie di perdono ottenuto dopo aver infranto una delle regole principali della malavita: aveva fatto il nome di Fabio Perrone, diventato ‘famoso’ per il suo curriculum criminale aggiornato con la rocambolesca evasione dall’Ospedale Vito Fazzi di Lecce. Negli anni novanta, Triglietta lo aveva ferito al volto, sparandogli un colpo di pistola. E lui non ci aveva pensato due volte ad aprire bocca con gli inquirenti. Una ‘disattenzione’ per cui ha dovuto chiedere una sorta di grazia.

I rapporti con la ‘ndrangheta

A dare spessore a Politi ci hanno pensato anche i rapporti con la ‘ndrina calabrese dei Mammoliti, invitati anche al suo matrimonio con una cugina di Angelo e Mario Tornese che sanciva, tra l’altro, il vincolo di sangue tra il 46enne e il clan della Sacra Corona Unita.

In una conversazione del 25 giugno 2016, tra Tommaso Danese e Rodolfo Franco emergeva che Politi aveva enfatizzato il suo ruolo criminale parlando – senza alcuna riservatezza – dei suoi legami con gli esponenti della ‘ndrangheta dei quali, in barba al più elementare vincolo di segretezza, aveva reso note anche le identità ai presenti.  Danese aveva riferito al suo interlocutore quando appreso direttamente da Politi nel corso di un incontro chiarificato: « Mi ha fatto i nomi dei calabresi davanti alla persone presenti, ma perché vai a fare i nomi dei calabresi».



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