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Valerio Mattioli racconta il suicidio lieve dei nostri giovani di oggi

by Redazione
11 Novembre 2014 14:25
in Cultura & Spettacoli
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Leggero e forse insostenibile come il tratto della fotografia del film, il sentimento che ispira il cortometraggio del regista leccese Valerio Mattioli è tutto nell’espressione priva di forma testuale del suo interprete, un ragazzo come tanti soffocato dal mal di vivere che vive l’incubo della sua vita o il sogno della sua morte.

Una fine vita senza tempo né profondità di coscienza, un dolore non urlato ma suggerito al telespettatore dalla voce over che canalizza sui binari della malinconia lo snodo del suo percorso. Fino alla fine. Fino alla discesa agli inferi di un bosco fatato, o alla risalita verso un cielo costellato di libertà e liberazione.

Bello, struggente, duro, urticante il film di Mattioli, sprizzante e spumeggiante come il segno colto della sua fotografia, nella consapevolezza che l’umano dolore non è mai grigio e umido ma caldo e temperato. Dai mille volti insomma.

“Je n’en peux plus” è il titolo disperante del corto che in 8 minuti racconta, o meglio fa intuire, il disagio interiore di un giovane come tanti, piegato dall’insostenibile giogo del vivere, in un mondo in cui non entra, troppo piccolo per il suo cuore. Perduto nell’artificio dell’oggi, sognante il preludio di un domani che sta lì, a mezza strada, separato da un varco, da un porta che apre scenari sconosciuti e mai percorsi da alcun vivente.

Mattioli non chiede e non risponde, con inconsueta prudenza, con saggia accortezza, con docile disprezzo di ogni giudizio.
Il suo monito è lieve come il passo del vento sugli alberi di una foresta, lieve come il tocco del violino sulle rive di un lago, lieve come la corsa del protagonista tra le ombre sinistre dei guardiani del bosco. Lievemente stupendo come lo sguardo dall’alto che chiude gli occhi a chi guarda e a chi è guardato. 

Tags: cortometraggifilmvalerio-mattioli
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