XXVII Rapporto Cnel sul mercato del lavoro, Federaziende: “Se la copertura dei contratti delle grandi confederazioni è quasi totale, di chi è la colpa dei salari al palo?’

Analisi critica del XXVII Rapporto sul mercato del lavoro: tra autocelebrazioni del sistema e le osservazioni di Eleno Mazzotta sul fallimento del modello dominante.

Il 22 aprile scorso, il Cnel ha approvato il suo XXVII Rapporto sul mercato del lavoro. Un documento corposo, votato all’unanimità, che nelle intenzioni dei vertici dovrebbe certificare la “buona tenuta” del sistema delle relazioni industriali italiane. Ma dietro la patina dell’ottimismo istituzionale, emerge una realtà molto diversa se letta con lenti meno compiacenti. È quanto fa Eleno Mazzotta, Segretario Generale di Federaziende, che invita a una lettura “critica e costruttiva, non acritica e distruttiva” di dati che, a ben guardare, sembrano denunciare proprio il fallimento del sistema che vorrebbero celebrare.

Il Segretario Generale di Federaziende, Eleno Mazzotta

L’irrilevanza statistica come alibi

Il dato di partenza è quasi paradossale: il 72,4% dei contratti depositati copre appena lo 0,4% dei dipendenti. Parliamo di 626 contratti su 864 totali che pesano quasi nulla sul mercato reale. Per il Cnel, questa è la prova che la frammentazione è “solo apparente” e che i grandi CCNL governano il Paese.

Mazzotta ribalta la prospettiva: “Se 626 soggetti esistono e operano ma risultano irrilevanti, il problema non è la loro esistenza. Il problema è che il sistema non ha mai permesso loro di crescere o innovare. Declassarli ora non è ‘fare pulizia’, è seppellire l’evidenza di un fallimento del sistema dominante che impedisce la competizione tra modelli contrattuali”.

Il mito della copertura e il dramma dei salari

Il Rapporto vanta una copertura contrattuale del 99,7%. Un dato che, secondo Federaziende, smonta definitivamente il capro espiatorio dei “contratti pirata“.

“Se il 99,7% dei lavoratori è coperto dai contratti delle grandi confederazioni, e i salari reali sono comunque scesi del 7,7% rispetto al 2021 a causa dell’inflazione non recuperata, allora il problema non è lo 0,4% dei contratti ‘minori’. Il problema risiede nel 99,6% gestito dai sindacati maggiormente rappresentativi.”

In quattro anni di fiammata inflattiva, i grandi CCNL non sono riusciti a proteggere il potere d’acquisto.

Per questo motivo, Simona De Lumè, presidente di Federaziende incalza: “Nei servizi — settore che assorbirà quasi i tre quarti dei nuovi ingressi nei prossimi cinque anni — la perdita è ancora più profonda a causa di rinnovi tardivi e assenza di meccanismi di recupero. Com’è possibile celebrare un sistema che lascia i lavoratori più poveri di quasi l’8% in un triennio?”.

Simona De Lumè
Simona De Lumè

3,7 milioni di ingressi entro il 2029: chi li rappresenterà?

Il futuro descritto dal Rapporto è una sfida demografica e professionale senza precedenti: entro il 2029 avremo 3,7 milioni di nuovi ingressi, l’80% dei quali servirà solo a sostituire chi va in pensione. Il mercato chiede competenze tecnico-professionali (44%) e si sposta massicciamente verso i servizi (73-74%).

“Il sistema contrattuale attuale, costruito sui grandi comparti manifatturieri degli anni Settanta, è strutturalmente inadeguato”, ribadisce il Segretario Generale di Federaziende, Eleno Mazzotta. “Il mismatch tra domanda e offerta non è solo un deficit formativo, ma anche contrattuale: i 28 CCNL che coprono l’80% dei lavoratori sono stati disegnati per un’economia che non esiste più”.

L’ignoranza dei dati (che conviene a molti…)

Un passaggio quasi rimosso nelle sintesi ufficiali riguarda l’ammissione del Presidente della Commissione del Cnel, Michele Tiraboschi: i flussi Uniemens e le comunicazioni obbligatorie non dialogano. Di fatto, lo Stato non sa con certezza chi applica quale contratto e con quali effetti reali.

Su questa “ignoranza strutturata”, denuncia Federaziende, si costruisce la narrazione che tutto funzioni e si giustifica l’esclusione di centinaia di organizzazioni.

Una sintesi che manca

Il quadro finale è impietoso: 24 milioni di occupati, copertura totale, ma salari in caduta libera, divario Nord-Sud abissale (20 punti di distacco nell’occupazione) e giovani ai margini. Il sistema contrattuale dominante non ha fallito per colpa dei piccoli contratti; ha fallito nonostante li avesse marginalizzati.

“È un documento approvato all’unanimità da chi ha interesse a che nulla cambi”, conclude Mazzotta. Il messaggio è chiaro: il Rapporto del Cnel è uno specchio fedele della crisi del lavoro in Italia, ma solo se si ha il coraggio di guardare ciò che le tabelle ufficiali cercano di nascondere.



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