“Il catasto onciario di Lizzanello 1747” è il titolo del libro di Fabio Corvino che verrà presentato venerdì 9 gennaio dalle ore 18 negli ampi spazi del Centro funzionale Ennio De Giorgi, in via D’Afflitto a Lizzanello.
La serata si apre con i saluti del sindaco del Comune di Lizzanello, Costantino Giovannico e dall’assessore comunale alla Cultura, Marta Calogiuri. A seguire dialogano con l’autore Mario Spedicato (presidente società di Storia Patria – Sezione di Lecce), Rosario Giorgio Costa (senatore della Repubblica dalla XII alla XVI Legislatura) e Fabio Saponaro (ordinario di Diritto Tributario dell’Università del Salento). I lavori vengono moderati dal giornalista Gianfranco Lattante.
La ricerca di Fabio Corvino sul catasto di Lizzanello mira ad individuare le radici storiche della disaffezione fiscale degli italiani. Perché in Italia pagare le tasse resta un problema complicato, difficile da accettare con animo sereno senza ricorrere a sotterfugi vari? Superficialmente si dà la colpa allo Stato esattore, riconosciuto come un ente ostile, incapace di assicurare i servizi universali dovuti ai contribuenti cittadini. Il rifiuto di assolvere pacificamente le incombenze fiscali trova una sua prima giustificazione nella cattiva gestione delle risorse da parte degli enti pubblici e, più latamente, nel garantire ciò che veramente serve all’intera collettività. Da questo punto di vista il problema si rivela di natura strettamente culturale e non potrà mai trovare una facile e condivisa soluzione.
Fabio Corvino, da esperto commercialista, cerca di indagare in profondità questa propensione negativa da parte dei contribuenti italiani, andando a cercare nel passato le ragioni che hanno finito per cristallizzare il diffuso diniego verso le tasse. Sceglie di fornire con un esempio, il catasto onciario di Lizzanello del 1747, per spiegare come la più innovativa riforma fiscale tentata da Carlo III di Borbone a metà Settecento, pur partendo da principi sacrosanti di eguaglianza tra i cittadini senza distinzione di ceto, non riesce a trovare una rapida e duratura applicazione. Una riforma che aveva l’ambizioso obiettivo di modernizzare la società, di farla uscire in maniera definitiva dai privilegi fiscali di antico regime, alla fine tradisce quasi tutte le aspettative. Non proprio un fallimento, ma non si registrano risultati concreti che cambiano il verso della storia tributaria se la tassazione gabellare (imposte di consumo sui generi di prima necessità) continua a restare predominante rispetto a quella patrimoniale. Perché allora i patrimoni realmente posseduti sfuggono alle imposte dovute? In buona sostanza per due ragioni: la prima perché resta complicato censire soprattutto i beni fondiari dispersi sul territorio; la seconda perché la loro valutazione catastale è sempre approssimativa, affidata ad apprezzatori che non considerano il valore del bene in se, ma l’entità del raccolto che può assicurare. Un esercizio che spesso viene considerato arbitrario e tale da essere contestato nei tribunali, paralizzando l’intera riforma fiscale.
Le controversie giudiziarie a catena impediscono di uscire rapidamente dall’antico regime. Pur nata, quindi, con i migliori propositi la prima grande riforma fiscale del Mezzogiorno moderno fa fatica a trovare un facile approdo. La decisione coraggiosa di tassare i beni della Chiesa e quelli dell’aristocrazia, ceti prima del tutto esenti dalla contribuzione, non produce rilevanti novità per la volontà della monarchia borbonica di non perdere il loro sostegno, tassando per metà i beni denunciati dagli enti ecclesiastici e solo quelli di natura privata (burgensatica) dichiarati dalla nobiltà (esentando però quelli feudali). Un compromesso che penalizza i patrimoni denunciati dal terzo ceto, ovvero quelli della borghesia delle professioni, degli artigiani, dei commercianti, dei contadini piccoli proprietari e dei lavoratori nullatenenti (questi ultimi indiscriminatamente colpiti dalla tassa obbligatoria sul lavoro). In Francia nello stesso periodo il problema fiscale si risolve in maniera radicale con la rivoluzione, azzerando le disuguaglianze sociali e cancellando i vecchi privilegi fiscali, mentre nell’Italia si sceglie la strada del compromesso, quella di avviare la tassazione sui patrimoni ma con alcune eccezioni, favorendo una volta questo e un’altra volta quell’altro ceto sociale a seconda delle convenienze politiche. Un metodo che ha funzionato e continua a funzionare ancora nei nostri tempi, disorientando la platea dei contribuenti e perpetuando discriminazioni e favoritismi che non aiutano a costruire un clima favorevole e condiviso di fronte agli obblighi fiscali.
