Cannabis medica: pro e contro del meccanismo attuale di accesso alle cure

La legge sulle cure con farmaci a base di cannabis ha demandato alle singole regioni la facoltà di stilare le regole. La Toscana è stata la prima in Italia a garantire l’uso della canapa per finalità mediche. Ma alcuni aspetti della norma vanno migliorati.

C'è una legge in Toscana datata 2012, prima normativa in Italia che andava a garantire l'utilizzo della cannabis in ambito medico. Si parlò allora di Toscana come regione all'avanguardia sul tema, e sulla scia di quel riconoscimento furono altre le regioni, Puglia compresa, che emanarono leggi tese a inquadrare in una cornice ben delineata la questione cannabis medica.
A distanza di alcuni anni da quel provvedimento, in un'intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, il direttore del reparto di terapia del dolore di un noto ospedale di Pisa, il Santa Chiara, ha parlato della legge evidenziandone al contempo criticità, punti favorevoli e difficoltà di applicazione in alcuni casi. 

Il medico ha in cura circa 800 persone alle quali, per patologie diverse, viene somministrata la cannabis per uso medico. Analizzando la situazione fin qui raggiunta, il dott. Paolo Poli ha voluto parlare delle criticità soprattutto legate all'applicazione della legge regionale risalente al 2012 dato che, si legge, molti medici si rifiutano ancora di prescrivere cannabis come terapia.
Un altro aspetto sul quale, secondo il direttore del reparto di terapia del dolore dell'Ospedale di Pisa, si potrebbe migliorare, è quello relativo alla quantità; la materia prima a disposizione per curare i malati sarebbe, ad oggi, scarsa. Motivo per il quale si richiede una maggior produzione così come un allargamento delle patologie che si possono curare con la cannabis medica.

Per il primo problema, quello della quantità di materia prima, la decisione presa lo scorso anno di consentire la produzione di cannabis da parte dell'esercito, presso l'istituto Chimico Militare di Firenze, dovrebbe in parte sopperire alla mancanza. La coltivazione è partita alcuni mesi fa, in primavera, e da poche settimane ha preso il via la fase del raccolto.
Aver dato allo Stato il monopolio in materia di produzione della cannabis è un modo per garantire la qualità del prodotto; per la coltivazione vengono impiegate le migliori varietà, come le semenze di cannabis della varietà femminizzata. L'ambizione è quella di venire incontro al fabbisogno italiano di cannabis medica, che ammonta a circa cento chili annui.

Un'altra criticità evidenziata dal dott. Paolo Poli è quella relativa alla preparazione dei medici e farmacisti sull'argomento cannabis terapeutica. Preparazione che, sempre secondo il parere del medico, sarebbe ad oggi ancora insufficiente visto che molti addetti ai lavori considerano i cannabinoidi una droga e non un farmaco.
La normativa del 2006 d'altra parte parlava esplicitamente di "utilizzo medico" dei cannabinoidi; da allora molte regioni hanno emanato leggi proprie per consentire l'accesso alle cure. In questo campo la Puglia è considerata una realtà all'avanguardia, e in provincia di Lecce vi è il primo ed unico esperimento di cannabis social club italiano, l'Associazione LapiantiAmo, nata proprio per favorire l'accesso terapeutico alla cannabis.

Tornando alla realtà toscana, lo stesso presidente regionale Rossi ha messo in risalto la necessità di rivedere il piano attuativo della norma per includervi altre patologie; ad oggi negli ospedali toscani si utilizza la cannabis per curare Sla, sclerosi multipla, dolori da tumore, neuropatie e per stimolare l'appetito nei malati di Aids.
L'obiettivo è quello di includere l'utilizzo della cannabis anche per altre patologie quali ad esempio fibromialgia, glaucoma, morbo di Crohn, asma, anoressia, ansia. Nei prossimi mesi dovrebbe partire la sperimentazione che sarà a carico della regione stessa.



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