«Stessa mascherina da tre turni, meritiamo più protezione dal coronavirus», monta la protesta degli operatori sanitari al Fazzi

Questa mattina i dipendenti di SanitaService addetti alle pulizie hanno inscenato una manifestazione di protesta per la mancanza dei presidi ospedalieri di sicurezza

I dipendenti di SanitaService addetti alle pulizie dell’ospedale Vito Fazzi  di Lecce stamattina hanno deciso di far sentire la loro voce di protesta non avendo i presidi necessari a svolgere il loro lavoro in sicurezza, a cominciare dalle mascherine.

Li abbiamo definiti il personale in trincea, le donne e gli uomini più esposti al contagio da coronavirus, che con responsabilità e coraggio stanno svolgendo il loro lavoro per la sicurezza di tutti, per la tutela della salute pubblica.

Ma per uno dei paradossi italiani, proprio loro sembrano essere quelli meno tutelati. Non che le cose vadano meglio all’interno del nosocomio, tuttavia.

«In reparto – ci scrive una Operatrice Socio Sanitaria stamattina – ho usato la stessa mascherina che mi era stata fornita nei turni dello scorso pomeriggio e della notte passata. La stessa mascherina per 3 turni di lavoro. È mai possibile?».

Monta così su tutte le furie non solo il personale ma anche il sindacato che con nota del 1/02/2020 – quindi più di un mese fa, quando ancora non si parlava di pandemia –  era venuto a conoscenza del grave rischio di contagio da coronavirus e aveva comunicato alla Asl che «si continuavano a violare tutte le norme sulla sicurezza sul lavoro a discapito dei Medici, degli Infermieri, degli OSS, degli Autisti di ambulanza e degli stessi pazienti».

Insomma, dopo più di un mese da tale richiesta e dinanzi all’aumento dei casi di contagio, con il rischio di trovarsi impreparati dinanzi al picco che si attende nei prossimi giorni, tutti gli operatori sanitari in servizio continuano a denunciare  tutti i rischi che possono provenire sia dal contagio che dalla vicinanza ad apparecchiature e a numerose sostanze chimiche e biologiche.

«Per evitare contaminazioni tra paziente e operatore – scrive il responsabile di Fsi-Usae, Francesco Perrone –  è indispensabile utilizzare i dispositivi di protezione individuali (DPI), come indicato dalla normativa sulla sicurezza sul lavoro (Decreto legislativo 81/08, art. 74). Data la loro importanza, essi devono rispondere agli standard previsti dalla normativa europea e riportare il marchio CE. Ogni giorno medici, infermieri, tecnici di laboratorio e personale ausiliario, vengono a contatto con radiazioni, farmaci, disinfettanti, detergenti e liquidi biologici, tutti fattori che possono minacciare gravemente la loro salute. Per difendersi da ognuno di essi occorrono dispositivi specifici. Ad esempio, chi opera a contatto di macchine diagnostiche o apparecchiature fisico-riabilitative deve proteggersi da radiazioni ionizzanti, radiazioni elettromagnetiche, raggi ultravioletti, laser e radiofrequenze. In questi casi i dispositivi di protezione individuale, oltre ai guanti, cuffie e camici, devono comprendere speciali grembiuli e occhiali di protezione contro raggi X. Un altro fattore di rischio riguarda la preparazione e la somministrazione dei farmaci, specialmente di antibiotici che possono provocare effetti allergici, medicinali antitumorali in quanto molto irritanti per la cute e le mucose, pomate e sostanze per uso topico. Il rischio biologico è probabilmente il più elevato, essendo direttamente correlato con l’attività dell’operatore sanitario più a stretto contatto con i malati e con i loro liquidi biologici. I microrganismi patogeni possono penetrare nell’organismo attraverso le mucose, per via aerea, attraverso il sangue o per via orale. Il più esposto è il personale infermieristico e ausiliario poiché è specificatamente addetto a tutte quelle manovre che comportano la manipolazione di strumenti, strumentazione chirurgica, oggetti e materiali potenzialmente contaminati quali padelle, pappagalli, garze, ecc. I dispositivi di protezione individuale per gli infermieri devono comprendere quindi camici lunghi, guanti, respiratori filtranti, mascherine, occhiali, cuffie e sovrascarpe monouso.I dispositivi di protezione individuale in ambito sanitario non sono tutti uguali. Essi sono suddivisi in tre categorie, di prima, seconda o terza, a seconda del grado di rischio. Alla terza categoria appartengono gli strumenti salvavita, quelli cioè addetti a proteggere da rischi mortali. Tra di essi rientrano i dispositivi per proteggere le vie respiratorie. Alcuni operatori sanitari si trovano a doversi occupare della gestione e lo smaltimento di materiale biologico potenzialmente infettivo e di sostanze chimiche provenienti sia dai reparti che dai laboratori. Spesso è indispensabile eseguire una decontaminazione che può esporre a rischio di inalazione di polveri o gas tossici. In questi casi, oltre ai consueti dispositivi, devono essere necessariamente utilizzati i respiratori filtranti, cioè degli elettrorespiratori (maschere facciali o semimaschere con filtro), che per mezzo di una centralina forniscono aria fresca e pulita per molte ore perché, in questi specifici casi, le mascherine chirurgiche non forniscono una protezione sufficiente».

Un appello accorato di cui deve farsi carico la Direzione Sanitaria e che dovrà trovare risposta nelle prossime ore. La preoccupazione del Presidente della Regione Michele Emiliano, al contempo assessore alla sanità della Giunta Regionale, che la Puglia non abbia personale per rispondere alla domanda di cure deve viaggiare sul binario parallelo della tutela della salute di chi già opera in questo comparto. Le testimonianze che riceviamo, se non fossero tutte confermate dalle organizzazioni sindacali, sembrerebbero quasi inverosimili. Purtroppo non si tratta di fake news, ma di vicende incredibili che siamo certi saranno risolte nelle prossime ore. E già questo non tranquillizza.



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