‘Non conosco chi mi accusa e sono estraneo ai fatti’: si difende così un indagato per le rapine ‘Stop and Go’

Il fratello Andrea Minicozzi, Daniele Deiana, così come Salvatore De Gaetani, tutti di Ugento, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I fatti contestati si sarebbero verificati nell’arco temporale di appena due anni tra Ugento, Casarano, Gemini e Ruffano.

Accusati di ben 13 rapine, questa mattina, sono stati ascoltati dal giudice. Dinanzi al Gip Alcide Maritati si è tenuto l'interrogatorio di garanzia dei quattro presunti autori degli assalti armati a farmacie, supermercati, uffici postali, tabaccherie e distributori di benzina.
  
L'unico ad avere risposto alle domande del giudice è stato Vincenzo Minicozzi, 27enne di Ugento, difeso dall'avvocato Donata Perrone. Il giovane ha dichiarato di essere estraneo ai fatti contestatigli e di non conoscere il "grande accusatore" Donato Perrotto, 45enne di Casarano (per quest’inchiesta anch'egli indagato a piede libero, così come l'ugentino 29enne, Davide Bruno). 
  
Il fratello Andrea Minicozzi, 30enne e Daniele Deiana, 25enne, difesi dall'avvocato Sonia Mascia Cavalera, così come Salvatore De Gaetani, 32enne (tutti di Ugento) , difensore Mario Coppola, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
  
I quattro indagati erano stati arrestati giovedì scorso. I Carabinieri della Compagnia di Casarano, insieme ai colleghi del Nucleo Operativo Radiomobile hanno eseguito quattro ordinanze di applicazione di misure cautelari in regime di arresti domiciliari emesse dal gip Alcide Maritati, su richiesta del pubblico ministero Roberta Licci. 
  
I fatti contestati si sarebbero verificati nell'arco temporale di appena due anni, dal 2011 al 2013. Gli obiettivi non erano scelti a caso, ma studiati a tavolino in base a quanto potevano “fruttare”  (ad esempio una famiglia di imprenditori di Ugento bloccati mentre stavano per salire in auto che gli ha fatto ottenere ben 17mila euro). Stessa scena si era ripetuta, ad esempio, a Casarano, a Gemini o Ruffano dove, sempre con il volto coperto e muniti di pistole avevano ‘conquistato’ con la minaccia lauti bottini. 
  
Anche il modus operandi era stato pianificato nei minimi dettagli: i quattro rubavano un’auto qualche giorno prima di compiere la rapina, macchina che poi abbandonavano in località isolate o di campagna quando non serviva più . A nulla sono servite le ‘accortezze’ utilizzate per evitare di essere scoperti, come quella di alternare i colpi (anche due a serata tant’è che l’operazione è stata denominata «stop and go» per la rapidità con cui andavano in scena) a momenti di apparente tranquillità.
  
La svolta nelle indagini, avviate nel 2011, è arrivata l’anno successivo quando sfumò una rapina ai danni di una tabaccheria a Melissano.  I banditi erano pronti ad entrare in azione quando hanno “incrociato” per caso un’auto di servizio impegnata in un giro di perlustrazione. Era troppo rischioso, a quel punto, portare a termine il piano e così preferirono scappare a piedi per le strade della cittadina. Durante la fuga, uno dei rapinatori, per evitare di essere riconosciuto abbandonò per strada guanti, passamontagna e persino una maglietta che tornò a riprendere il giorno successivo.
 
Gli uomini in divisa, però, avevano già recuperato tutto. Stessa cosa per la macchina usata per il colpo, abbandonata con all’interno armi ed indumenti. È bastato osservare meticolosamente i filmati delle telecamere di videosorveglianza per risalire ad uno degli autori, finito poi nei guai. Il primo a “cadere”, insomma, fu Donato Perrotto divenuto poi il" grande accusatore".



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