Le ‘Strine’: nella Grecìa Salentina, canti e musica per ù Kristù (il Natale)

La musica e le parole delle strine venivano riprodotte da casolare in casolare, da masseria in masseria, da abitazione in abitazione, da piccoli “gruppi musicali” che in cambio ricevevano auguri o un semplice dono di provviste

Tra i riti che accompagnavano la Grecìa Salentina nel periodo che intercorreva tra il giorno dell’Immacolata e il Capodanno non si possono non menzionare le Strine.

In questo periodo le strade e le piazze si popolavano di musicisti, talvolta esperti e talvolta improvvisati, che con gli strumenti tipici della tradizione grika e salentina, diffondevano nell’aria musiche e canti religiosi di stampo pagano, mutati poi nel tempo fino ad assumere un contesto più “cristiano” che prese il nome di “Strina“.

La strina, canto rituale di questua, si eseguiva in un periodo di relativa tranquillità per i lavori agricoli.

Questo canto racconta sommariamente gli eventi che hanno accompagnato la nascita di Gesù Cristo. La musica e le parole delle strine venivano riprodotte da casolare in casolare, da masseria in masseria, da abitazione in abitazione, da piccoli “gruppi musicali” che in cambio ricevevano auguri o un semplice dono di provviste.

La Strina è quindi ciò che rimane di un canto griko di iniziazione ed accompagnamento dell’uomo e del suo lavoro ad un nuovo anno, una serie di eventi propiziatori, di buon auspicio, di abbondanza per un continuo e possibilmente migliore “avvenire”.

Ph. Maria Pacoda

Ed è lo stesso avvenire che ha portato un canto della cultura greca a mutare e adattarsi ai costumi e culti della società in cui si era radicato, divenendo così un canto cristiano ancora intriso di parole del grikò, in un perfetto esempio di coesistenza di due culture differenti che condividono, ancora oggi, le stesse terre e gli stessi mari.

La tradizione a tavola

Il Natale, la festa più magica dell’anno, porta con sé infinite tradizioni, riti, leggende, proverbi e detti popolari, che uniscono il sacro al profano, documentati da molti studiosi di tradizioni popolari nelle loro pubblicazioni.

Sulle tavole salentine il Natale è allietato da una quantità notevole di delizie dolci e salate. Dalle pittule, che possono essere semplici oppure dolci, zuccherate e ripiene di mela, o ancora salate ripiene di cavolfiore lesso, di cime di rape lesse o con pomodorini, cipolla, olive nere e peperoncino, o ancora con pezzetti di acciughe sotto sale. Le pittule, ottime se mangiate calde, appena tolte dall’olio di frittura, potevano essere accompagnate da lu cottu, cioè il vin cotto, e, insieme alle pucce e ai taraddhi, accompagnavano tutto il periodo natalizio.

Secondo la tradizione i piatti del pranzo di Natale dovevano essere tredici anche se, in passato, le condizioni economiche della famiglia non erano certo molto buone ed allora si contavano anche gli ingredienti per poter arrivare al canonico numero di tredici. Sicuramente non potevano mai mancare ciciri e tria,  i purceddhuzzi e le ncarteddhate.

I purceddhuzzi, così chiamati perché essi avevano la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini. Le ‘ncarteddhate, fritte e cosparse di miele, erano servite insieme ad altri dolci, come gli anisetti, che erano dei piccoli e policromi confetti, simili a chicchi di grano, e il pesce di mandorla, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce, che molto spesso compariva nelle catacombe dove si rifugiavano i cristiani perseguitati.

Nei paesi della Grecìa Salentina, immancabili sono li vermiceddhi cu lu ronghettu, le sagne ‘ncannulate e i classici pezzetti de cavaddhu; ancora,rape ‘nfucate, li turcinieddhi, la pasta al forno, i peperoni arrostiti, il capitone e poi la carne, preparata in tutti i modi, frutta di stagione, dalle arance ai mandarini clementini, alle mele e alle pere, e i fichi secchi con le mandorle. Immancabile su ogni tavola, il rosoliu, un liquore zuccheroso fatto in casa che suggellava l’abbondantissimo cenone della vigilia.

La foto di copertina è di Alessio Panico