Fabrizio De Andrè, indimenticabile cantautore e poeta

#accadde oggi. 11 gennaio 1999. Quella notte Il cantautore genovese Fabrizio De Andrè si è spento ad un passo dai sessant’anni stroncato da un tumore ai polmoni.

È stato un tumore a spegnere la voce di Fabrizio De Andrè, scomparso quando l’orologio aveva da poco segnato le 22.30 dell’11 gennaio 1999. Se ne è andato nella notte, stroncato da un cancro ai polmoni, lasciando in eredità le sue indimenticabili canzoni, vere e proprie poesie dai temi delicati, dalle prostitute ai carcerati tutti raccontati con gentilezza nelle sue ballate alla storia del suo rapimento scritto in Hotel Aspromonte. I funerali nella basilica di Carignano sono stati il suo ultimo saluto perché, come comunicato dalla famiglia, «Fabrizio appartiene a tutti quelli che lo hanno amato».

«Quando si muore, si muore soli» diceva. Ma il grande artista nel suo ultimo viaggio è stato accompagnato da migliaia di persone.

Le sue canzoni più famose

Nato a Genova, nel quartiere della Foce il 18 febbraio del 1940 e figlio di genitori della borghesia agiata, ha scritto una pagina importante della storia della musica italiana. Il brano che gli cambiò la vita fu La canzone di Marinella, ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto e basata su due soli accordi. Interpretata da Mina nel 1965 diventa subito un hit, ma sarà solo uno dei classici della sua carriera.

Ci sono Bocca di rosa, Via del Campo, il Pescatore, una ballata in quattro accordiche narra l’insolito legame che nasce tra un criminale fuggitivo e un pescatore e Preghiera in gennaio, scritta di getto dopo la morte di Luigi Tenco e a lui dedicata anche se De Andrè lo confesserà solo molti anni più tardi. E ancora La canzone dell’amore perduto e Il testamento di Tito, Don Raffaè, la canzone in dialetto napoletano che narra – romanzandola – la vita di un detenuto, per qualcuno il boss Raffaele Cutolo che per quel brano contenuto nell’album ‘Nuvole’ gli inviò una lettera di ringraziamento.

E La ballata del Miché un uomo che si uccide perché incapace di scontare la sua condanna in carcere lontano dalla sua Marì, la donna che amava. Tanti anni dopo confidò che «Miché» lo aveva salvato. «Grazie a lui – disse – sono diventato un discreto cantante invece che un pessimo penalista». Iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, lasciò l’Università quando mancavano pochi esami alla laurea per scrivere quei capolavori che – si racconta – aveva difficoltà a cantare in pubblico.

In quasi quarant’anni di attività, Faber (il soprannome che gli aveva dato l’amico Paolo Villaggio) ha messo la firma su quattordici album in studio – più alcuni singoli – regalando al pubblico alcune delle canzoni più belle e profonde della musica.

L’alcool e le sigarette

Lavoratore instancabile e al limite del perfezionismo in studio di registrazione, il cantautore non riesce a vincere la timidezza e trovare il coraggio per esibirsi davanti alla gente. Salì sul palco per la prima volta nel 1975, il 16 marzo. E lo farà sempre nella penombra e, per sua stessa ammissione, solo dopo aver bevuto qualche bicchiere di whisky.

L’alcol, come le sigarette sempre strette tra le dita, ha scandito la sua vita. «La mia droga è stata l’alcol – avrebbe raccontato – io ero proprio marcio fino al 1985. Bevevo due bottiglie di whisky al giorno, e questo praticamente da quando avevo diciotto anni, da quando ero andato via di casa. Ne sono uscito perché mio padre, con il quale avevo ricostruito un ottimo rapporto, sul letto di morte mi chiamò e mi disse: “Promettimi una cosa” e io: “Quello che vuoi papà.” “Smetti di bere”. “Ma porca di una vacca maiala, ma proprio questo mi devi chiedere?” Io, praticamente, avevo un bicchiere in mano. Ma ho promesso. E ho smesso».

Fabrizio De Andrè se ne è andato, ma le sue canzoni sono ancora vive, come le sue parole così attuali.



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