La morte di Coco Chanel, la storia di una stilista diventata un mito

#accaddeoggi. Il 10 gennaio 1971 moriva a Parigi Coco Chanel la grande stilista francese che creò un impero rivoluzionando i canoni della moda del ventesimo secolo.

«Vedi, è così che si muore». Era il 10 gennaio 1971, quando Gabrielle Bonheur Chanel per tutti Coco Chanel si spense in una camera dell’Hotel Ritz, da anni suo buen retiro parigino, ignorando che il suo nome sarebbe diventato leggenda. Fu una donna rivoluzionaria, fuori dal comune, una stilista – lei che non sapeva disegnare bozzetti e odiava cucire – capace di sconvolgere i codici tradizionali della moda del XX secolo.

«Per prima cosa io non disegno – ripeteva – non ho mai disegnato un vestito. Adopero la mia matita solo per tingermi gli occhi e scrivere lettere. Scolpisco il modello, più che disegnarlo. Prendo la stoffa e taglio. Poi la appiccico con gli spilli su un manichino e se va, qualcuno la cuce. Se non va, la scucio e poi la ritaglio. Se non va ancora, la butto via e ricomincio da capo. In tutta sincerità non so nemmeno cucire» (Sofia Gnoli)

Certo è che la “Mademoiselle”, elegante e determinata, è diventata un’icona, un mito intramontabile.

Dall’orfanotrofio a Rue Cambon

Partire da un orfanotrofio e arrivare a creare un impero, imponendo il proprio stile, non è cosa da tutti. L’infanzia di Gabrielle non è stata una favola. Nata a Saumur – un piccolo comune nel cuore della Loira – in un ostello per poveri, il 19 agosto 1883, sotto il segno del Leone, passa i primi anni della sua vita tra un padre assente e appartamenti fatiscenti. Seconda di cinque figli, dopo la morte della mamma fu spedita insieme alle sorelle in un orfanotrofio a Aubazine. In questo luogo austero e dominato dal bianco e dal nero, gestito dalle suore della congregazione del Sacro Cuore, Gabrielle cominciò a imparare l’arte del taglio e del cucito.

A 18 anni andò a vivere in una pensione per ragazze cattoliche a Moulins. Si manteneva lavorando come commessa e sarta nella bottega Maison Grampayre a Moulins e cantando alla Rotonde, un cafe-concert frequentato da militari. Sembra che il soprannome Coco venisse da qui, perché la sua canzone preferita era Qui qu’a vu Coco?.

La strada che la portò a diventare Cocò cominciò quando diventò l’amante di Étienne Balsan, un ex ufficiale di cavalleria incontrato in un caffè di Moulins. Per 3 anni visse nel suo castello a Royallieu: lui le insegnò ad apprezzare diamanti, vestiti e perle e la introdusse alla buona società. L’altra tappa fondamentale fu quando incontrò l’uomo della sua vita, il capitano Arthur Edward Capel, detto Boy, un ricco esponente dell’alta società inglese. La storia finì nove anni dopo, quando Capel sposò una donna aristocratica. Morì in un incidente d’auto nel 1919, 25 anni dopo lei ancora lo ricordava, confessando all’amico Paul Morand che «quando persi Capel persi tutto. Devo dire che poi la mia vita non fu felice».

Gli inizi, tra cappelli e righe e il successo

Al di là del coinvolgimento sentimentale, sia Balsan che Capel furono importanti anche per la vita professionale. Chanel iniziò a confezionare cappelli, quando ancora stava con Balsan. Fu il suo primo gesto rivoluzionario, pietra miliare del suo inarrestabile successo. Chanel riuscì a sostituire i capelli dell’epoca – sontuosi, ricoperti di piume e impossibili da indossare senza l’elaborata struttura di sostegno, chiamata Pompadour – con cappelli di paglia ornati da semplici fiori in raso o singole piume. Da Capel ricevette un grosso prestito per aprire una boutique nella località turistica di Biarritz: gli affari andarono così bene che lo ripagò dopo appena un anno.

Nel 1910 aprì un negozio, Chanel Modes, al numero 21 di rue Cambon, una via molto elegante e centrale di Parigi che in pochi anni divenne il suo quartier generale. La consacrazione arrivò quando Gabrielle Dorziat, una delle più famose attrici teatrali del tempo, indossò i suoi abiti nell’opera Bel Ami di Fernand Nozière, nel 1912.

Nel 1913 aprì un negozio di abbigliamento con una linea sportiva nel corso centrale di Deauville e nel 1915 una boutique a Biarritz, davanti al casino. Il suo stile era già rivoluzionario. Tolti corpetti e crinoline, i suoi abiti erano fluidi e drappeggiati, tutt’al più accompagnati da una cintura o da un cordoncino sui fianchi.

Nel 1918 comprò l’edificio al 31 di rue Cambon e aprì la sua prima boutique a Parigi, con vestiti, cappelli, accessori, e poi gioielli e profumi. Gli affari andarono così bene che nel 1927 si era allargata fino a possedere 5 edifici a rue Cambon, dal numero 23 al 31. Nel 1924, intanto, aveva registrato sia la scritta del marchio in maiuscolo sia il logo, le due C intrecciate.

Una delle più appassionate indossatrici di completi Chanel fu la first Lady Jackie Kennedy: ne indossava uno rosa acceso anche il giorno in cui il marito, il presidente John F. Kennedy, fu assassinato in Texas, nel 1963. Il completo faceva parte della collezione di alta moda di Chanel per l’autunno/inverno del 1961.

Il tubino e il nero

Quando si pronuncia il nome Chanel è impossibile non pensare al tubino nero. Coco riuscì a fare qualcosa di impensabile, trasformare un abito modesto e di un colore fino ad allora associato al lutto in un capo elegante, raffinato e di buon gusto. La petite robe noire (elogiato dalla rivista statunitense Vogue che lo paragonò a un’automobile) doveva essere un must have da ravvivare in base all’occasione con gli accessori: una borsetta, una camelia (il fiore preferito di Chanel) o molteplici fili di perle finte.

La IT bag

Chanel fu anche la prima stilista a intuire l’importanza delle borse. La prima di Chanel fu la 2.55, introdotta nel 1955 ma ispirata a una versione degli anni Venti: grazie a una catenina a tracolla permetteva di avere le mani libere; la trapunta ricordava le giacche dei fantini.

Chanel No 5

Oggi Chanel numero 5 è forse il profumo più famoso al mondo. Un successo legato anche alla celebre frase di Marilyn Monroe che rispondendo ai cronisti che le chiedevano che cosa indossasse per dormire, raccontò di dormire nuda, con solo due gocce di Chanel No 5. La formula fu messa a punto dal chimico franco-russo Ernest Beaux, uno dei più grandi inventori di fragranze del Novecento. Il nome probabilmente indica che era il quinto tentativo che presentava a Chanel, ma il 5 era anche uno dei numeri preferiti della stilista.

Alla fortuna del profumo contribuì anche il flacone, che Chanel voleva minimalista per far risaltare la fragranza. Si racconta che fosse ispirata alle linee rettangolari delle boccette dell’acqua profumata di Charvet, un negozio di Parigi, usate dal suo amante Boy Capel, mentre il tappo, tagliato come un diamante, ricordava Place Vendôme. Coco Chanel ne fu la prima testimonial, in una pubblicità apparsa nel 1937, e da allora è nata una tradizione che continua anche oggi.

Con l’avvento della seconda guerra mondiale, Chanel chiuse il suo atelier, per riaprirlo solo alla fine del conflitto. Anche quelli furono anni difficili. Tornò in grande stile, come solo lei sapeva fare, 1954, ormai quasi settantunenne.

La morte

Col tempo Chanel era diventata sempre più dispotica e solitaria. Una sera andò a letto presto sentendosi poco bene e disse alla sua cameriera «Vedi, è così che si muore». Se ne andò il giorno dopo, domenica 10 gennaio 1971, all’hotel Ritz, doveva viveva da 30 anni. I funerali si tennero nella chiesa de la Madeleine, in prima fila c’erano le sue modelle preferite, tra il pubblico Salvador Dalí e Yves Saint Laurent; molte indossavano un suo completo in tweed. Coco Chanel è sepolta nel cimitero di Bois-de-Vaux di Losanna, in Svizzera. Chanel continuò a disegnare abiti fino alla morte, assistita all’epoca da Pierre Cardin, che sarebbe diventato a sua volta un grande stilista.



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