Abaterusso e Blasi dialoghino, per il bene del territorio e del partito. L’editoriale di Giacomo Fronzi

Il coordinatore di Sinistra Dem Salento, Giacomo Fronzi, si sofferma ad analizzare i risultati elettorali del partito. ‘Occorre riflettere in maniera obiettiva sul risultato del Pd, senza trionfalismi, anche in provincia di Lecce’.

L’editoriale di Giacomo Fronzi*

Giovedì 18 giugno si è svolta la direzione provinciale del Partito democratico di Lecce, dedicata all’analisi del voto. Che ci fosse bisogno, e anche in fretta, di confrontarsi sull’esito dell’ultima tornata elettorale è indubbio, un confronto al quale l’associazione “SinistraDem Salento” ha dato per prima il proprio contributo, organizzando un’assemblea dal titolo Dopo il 31 maggio, una nuova fase per il PD, che si è svolta sabato 13 giugno.

L’urgenza di un dibattito come questo non è legata solo a un’asfittica e sterile formalità procedurale, alla necessità di rispettare una sorta di liturgia. Il Partito democratico, come in ogni circostanza, ha sentito come necessario convocarsi per articolare una riflessione, quanto più obiettiva possibile, sulle recenti elezioni. Forse con un leggero ritardo, ma la riunione della direzione provinciale si è tenuta e si è svolta in un clima di distensione e di proposta.

La relazione introduttiva del segretario provinciale Salvatore Piconese – legittimamente orientata verso una lettura molto positiva del risultato salentino nel quadro regionale e nazionale, forse con una punta di enfasi – è stata centrata tanto sull’analisi del voto quanto e soprattutto sull’indicazione di un orientamento chiaro e di alcuni obiettivi da perseguire, anche in tempi rapidi: superamento delle carenze emerse finora (che, a mio avviso, hanno impedito una doverosa campagna elettorale per il PD e del PD, che avrebbe dovuto fare da cornice alle singole campagne elettorali dei candidati), riorganizzazione e radicamento sul territorio, formazione politica dei quadri dirigenti.

Questi obiettivi, nelle giuste e condivisibili intenzioni del segretario Piconese, potranno essere raggiunti attraverso la discussione nei circoli, che dovrà avere come esito conclusivo una conferenza programmatica in settembre, per dare avvio a un nuovo corso del PD salentino e della sua architettura interna, in uno spirito più unitario e condiviso.
 
Personalmente, come coordinatore di “SinistraDem Salento” e come segretario del circolo PD di Trepuzzi, considero positiva la relazione del segretario, alla quale mi permetto di aggiungere delle riflessioni, alcune più generali e altre più specifiche. Partiamo dal generale.

Il Partito democratico governa in diciassette regioni su venti, nonché in molte amministrazioni comunali. Quindi, dal governo nazionale in giù. Ciononostante, una lettura obiettiva delle recenti elezioni non può mancare di rilevare alcune importanti criticità: abbiamo perso la Liguria, abbiamo conseguito una clamorosa sconfitta in Veneto (prevedibile, sì, ma non in questa misura), abbiamo temuto per l’Umbria, abbiamo levato le tende da Venezia e abbiamo consegnato al centrodestra Arezzo, città della ministra Boschi, città nella quale era candidato un valente e brillante giovane di chiara fede renziana. Che cosa è successo? Dove abbiamo sbagliato?

È evidente che la risposta alla seconda domanda consente di rispondere anche alla prima. Il PD, per quanto non si tratti di elezioni comparabili, dalle europee 2014 alle regionali 2015 ha lasciato per strada due milioni di voti.

È vero che la sinistra che fa capo alla grande famiglia del Partito socialista europeo è in difficoltà in tutta Europa (basti pensare alla Grecia, alla Spagna, alla Francia, all’Inghilterra e alla Danimarca), il che ci deve interrogare sul ruolo del PSE e su come ci dobbiamo stare dentro. È vero che le elezioni di medio termine generalmente penalizzano chi governa (nonostante Renzi abbia sempre motivato le proprie scelte dichiarando che sono la risposta “a quello che ci chiedono i cittadini”). È vero che le elezioni regionali e amministrative vedono sempre un gran proliferare di liste civiche, che quindi risucchiano parte del consenso che sarebbe potuto andare al PD o ad altre formazioni partitiche organizzate. Però, sarebbe un grave errore evitare di analizzare il voto senza tentare di individuare le cause che possono aver contribuito a una vittoria piuttosto fragile e che hanno portato l’astensionismo a un livello preoccupante.

L’astensionismo non ha colpito tutte le forze politiche allo stesso modo. Quel che è preoccupante, per quanto ci riguarda, è che il grosso degli astenuti sono elettori del PD. Questo ci riporta al caso ligure, ad esempio. Un recente sondaggio SWG fa emergere un dato che alcuni avevano previsto, e cioè che circa il 4% degli elettori di Pastorino fanno parte dell’elettorato storico del PD, ma quasi il 6% sono elettori che non avrebbero comunque votato il Partito democratico. Quindi, non sono cumulabili i voti andati a Pastorino con quelli andati a Raffaella Paita, la quale pertanto non ha perso per colpa dei disfattisti Pastorino, Civati e Cofferati. E non è vero che Cofferati ha abbandonato il partito, sbattendo la porta, per il fatto di aver perso le primarie. Cofferati ha voluto energicamente segnare la distanza tra sé e un PD che, prima ancora delle primarie, fa accordi pre-elettorali con il centrodestra sul governo della regione Liguria. Errore numero uno: la scelta degli interlocutori. Perché negli ultimi mesi è indubbio che il segretario nazionale Renzi abbia spesso privilegiato il confronto esterno al PD, piuttosto che quello con le minoranze interne.

A questo riguardo, credo che troppo spesso si siano sottovalutati i suggerimenti delle minoranze del partito. E credo che si siano fatti diversi errori, a partire dalla presunzione di poter fare a meno di alcune forze interne al PD e di alcuni corpi intermedi (e mi riferisco non solo ai sindacati, ma anche al mondo dell’associazionismo e del civismo). L’aver sottovalutato i suggerimenti della minoranza del PD ha inevitabilmente eroso il consenso in quello che un tempo era il nostro blocco sociale. Errore numero due: aver considerato le minoranze interne,anziché come una risorsa, come un ostacolo sul cammino delle riforme (delle quali, evidentemente, molti nostri elettori non hanno percepito la caratterizzazione che dovrebbe essere garantita in ogni provvedimento a firma centrosinistra).

Aver spostato l’asse verso il centro, come sappiamo, rispondeva a un’esigenza, cioè al tentativo di dare vita a un progetto tanto mitico e ambizioso quanto fallimentare, che ci porta all’errore numero tre: il Partito della nazione. Questa idea ha indubbiamente vissuto un’energica battuta d’arresto, che rende evidente quel che, ad esempio, Gianni Cuperlo e “SinistraDem” dicono da tempo e cioè che il tentativo di sfondare al centro, con politiche di centro, e di conservare al tempo stesso l’intero elettorato della sinistra non poteva essere un tentativo a lieto fine.

A ben vedere, al centro non si è sfondato e a sinistra si sono persi due milioni di voti. E, a proposito di voti, come se non bastasse, i rilievi sollevati dalle minoranze del PD relative alla nuova legge elettorale hanno manifestato tutta la loro cogenza e pregnanza. Allo stato attuale delle cose, il ballottaggio è rischioso per il PD, molto rischioso.

Che fare, allora? Credo che il compito del PD e, in particolare, di quella componente che rappresento e di tutti coloro che si riconoscono in un modello di partito e in una visione dell’azione di governo un po’ diversi da come si sono finora configurati, è di riportare per quanto possibile dentro il PD la quota di voto di sinistra (una sinistra moderna e in sintonia con il presente, s’intende) che se n’è andata. Ovviamente, per fare ciò, serve proporre politiche di sinistra. E si deve far vedere, in maniera chiara e riconoscibile, che si fanno politiche di sinistra.

A livello locale, i temi che emergono sono solo parzialmente sovrapponibili a quelli che le recenti elezioni ci hanno restituito a livello nazionale. A mio avviso, la situazione salentina manifesta un doppio grave deficit: coesione interna e iniziativa politica.

Onestà impone che si sottolinei il fatto che l’indicazione data dal segretario Piconese in occasione dell’ultima direzione provinciale sembra voler affrontare questo doppio deficit, che ha pesato in modo evidente sulla vita del partito e delle comunità del Salento, al di là della positività del risultato elettorale del PD leccese, risultato che, in effetti, è il migliore in Puglia (e un grazie sentito va rivolto a tutti i candidati della lista del Partito democratico).

Lo sviluppo del nostro territorio – attraverso i temi-chiave del lavoro, dell’ambiente, della sanità, delle infrastrutture, della scuola, della cultura e del turismo – è direttamente e profondamente dipendente dallo stato di salute del Partito democratico, che resta il primo partito della provincia e che esprimerà, nel prossimo consiglio regionale, (almeno) due figure di grosso calibro quali Ernesto Abaterusso e Sergio Blasi. Due personalità tanto forti quanto diverse, ma che – insieme ai tanti loro sostenitori, ma anche alle altre figure di spicco del nostro partito – dovrebbero impegnarsi non soltanto nel far pesare, in sede regionale, il ruolo della nostra provincia, ma anche nell’orientare un percorso di condivisione e dialogo, strappando il dibattito interno al PD alla morsa di quel dannoso provincialismo che – soprattutto negli ultimi tempi – lo ha caratterizzato. Un provincialismo che ha assunto la forma di un’improduttiva ed estenuante scontro fra tifoserie, spesso condotto al di fuori dei circuiti appropriati.

Il Partito democratico ha al proprio interno risorse preziose, che però rischiamo di lasciar defluire al di fuori del nostro progetto politico (e si va dai più noti Luigino Sergio e Diego Dantes ai tantissimi meno noti che non si sentono più rappresentati dal PD).

Dobbiamo allora sforzarci di andare oltre le divisioni, in una concordia nuova, che riesca comunque a salvaguardare le diversità e che, anzi, riesca a renderle più produttive ed efficaci. Perché, in fondo, è l’efficacia dell’iniziativa politica ciò che i cittadini richiedono e pretendono da un grande partito come il nostro. Non dimentichiamolo mai, finché siamo in tempo.

* Coordinatore di “SinistraDem Salento” e segretario del circolo PD di Trepuzzi.



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