Brexit: quel lusso chiamato democrazia. La riflessione di Enrico Mauro

Con la decisione del popolo inglese di uscire dall’Europa si sono aperti tanti, tantissimi scenari. Le rilfessioni da fare sono tante e Leccenews24 fa spazio a quella di Enrico Mauro, ricercatore di diritto amministrativo presso l’Università del Salento.

L’incandescenza della materia richiede almeno due considerazioni preliminari. In primo luogo, nessuno, uomo della strada o Nobel per l’economia, sa davvero se i britannici abbiano fatto bene o male a votare per l’uscita dall’Unione europea. Lo dirà il tribunale del tempo, di un tempo un po’ meno frenetico, convulso, isterico di quello dei mercati finanziari.

In secondo luogo, essere radicalmente critici nei confronti dell’Unione non significa necessariamente essere xenofobi. Si può essere radicalmente critici da sinistra, perché l’Unione si rivela ogni giorno di più un’entità politica  geneticamente estranea, nei fatti se non sulla carta, alla dimensione sociale della convivenza dei popoli. Ha garantito pace come assenza di guerre (interne), ma non pace come giustizia, ossia come riduzione delle disuguaglianze. E non è fallimento di poco conto, visto, da un lato, che l’articolo 11 della Costituzione italiana autorizza solo le “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”; e visto, dall’altro lato, che proprio dell’eclissi totale dell’obiettivo della giustizia l’Unione paga oggi le conseguenze: sono state soprattutto le fasce sociali disagiate, quelle che più avvertono l’esigenza che qualcosa cambi davvero, a votare, a torto o a ragione, per l’uscita.
 
Di contro, leggendo le dichiarazioni dei vertici dell’Unione e di alcuni Paesi-membri, si ha la netta sensazione che l’Unione abbia preso una lezione senza, diciamo così, imparare la lezione. In tali dichiarazioni, infatti, anche con un buon microscopio è piuttosto difficile rintracciare qualche seria autocritica circa la totale assenza di identità sociale di un’integrazione europea fondata su mercato e competizione, privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica, insomma sul neoliberismo e su quella sua declinazione operativa nota come neomanagerialismo, cui dobbiamo la spinta alla trasformazione in aziende di ospedali, università, scuole, tribunali, carceri ecc. La vittoria degli antieuropeisti viene addebitata a britannici anziani, provinciali, incompetenti, irresponsabili. Che è un modo di non fare autocritica e, dunque, la premessa delle disfatte che seguiranno.

Il dibattito successivo al voto non solo non fa sperare che venga prima o poi affrontata seriamente, a livello interno e a livello europeo, la questione sociale, ma non fa nemmeno sperare che venga affrontata in tempi ragionevoli la questione democratica.

Lo stesso Trattato sull’Unione prevede, all’articolo 50, tanto invocato in questi giorni, che “Ogni Stato membro può decidere […] di recedere dall’Unione”. Eppure sembra che uno Stato che voti per decidere il proprio destino non compia un esercizio, magari disperato, di democrazia, il cui esito, per lo Stato recedente e per gli altri, si vedrà poi, ma commetta un delitto di leso Mercato, un affronto che i mercati finanziari non possono tollerare.

Ormai, d’altro canto, si dice correntemente che “i mercati votano”. Modo di dire che, dal punto di vista democratico, dovrebbe far venire i brividi. Anche perché, mentre i mercati ‘votano’ in continuazione, i popoli votano sempre meno.

In Italia, per esempio, non si vota più per le Province (che tuttavia sono ancora lì), non si voterà più per il Senato se vincerà il “sì” al referendum costituzionale e si dissociano i referendum abrogativi dalle elezioni amministrative per impedire che si raggiunga il quorum (e comunque i referendum abrogativi si rispettano solo quando vince l’opzione ‘giusta’). Ma sul piano dell’Unione le cose, democraticamente parlando, vanno persino peggio: il Parlamento resta un’istituzione poco meno che marginale rispetto a quelle intergovernative (quelle che riuniscono i Capi di Stato o di Governo e i Ministri dei Paesi-membri) e i Governatori della Banca Centrale Europea, istituzione a legittimazione tecnocratica, inviano strane lettere, che non saranno mai vituperate abbastanza, per dettare alle istituzioni democratiche dei Paesi-membri l’agenda delle riforme, anche costituzionali.

Per la democrazia, dunque, tira una brutta aria. Ma chi ha avuto la fortuna di nascere dopo la Guerra ha trovato la democrazia già pronta, servita, preconfezionata, per cui ora può permettersi il lusso di snobbarla, di rinunciare a votare, a scegliere, a informarsi, a discutere, a pensare (d’altronde, nella Buona Scuola della Ministra Giannini, tutta presa dall’alternanza scuola-lavoro, non c’è tempo per leggere le “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”). Siamo proprio a questo punto: snobbiamo la democrazia – figuriamoci la democrazia sociale −in cambio semplicemente di un po’ di efficienza economica, di cui casualmente beneficiano sempre i soliti noti, e di tempo libero da trascorrere in quei templi del consumismo che sono i sacri centri commerciali.

Se far parte dell’Unione non è una questione politica ma tecnica, allora si abbia il coraggio di dichiarare che la politica è una categoria superata, obsoleta: si prega di non parlare al conducente, che è l’unico a conoscere la strada per la felicità. La sua.



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