Salento terra di sagre… è un autunno ‘triste’ senza i sapori e i profumi della tradizione

Autunno in Salento è tempo di sagre, di fiere e di festa, ma non quest’anno. Come accaduto d’estate tanti appuntamenti sono stati “rimandati” a tempi migliori.

Con l’arrivo dell’autunno il Salento cambia volto, ancora una volta, ma non anima. Se d’estate i turisti si lasciano “catturare” dagli eventi che animano piazze e strade in cui si respirano i sapori e i profumi della tradizione, da appuntamenti che coincidono e si intrecciano scandendo le calde notti di agosto, la stessa magia, ma in chiave diversa, si ripete durante la stagione che precede l’inverno quando il vestito migliore da indossare è fatto ancora di feste patronali, sagre e fiere diventate nel tempo appuntamenti imperdibili per ogni salentino (e non) che si rispetti.

Quando l’autunno comincia a colorare le foglie, a cambiare i colori dell’alba e del tramonto non è difficile trovare una festa paesana da segnare sul calendario in una terra che ha tante storie da raccontare, tradizioni da rivivere, prodotti da valorizzare, in una terra che da tempo ha capito la chiave di volta per valorizzare il territorio e destagionalizzare l’offerta turistica è nascosta in questi appuntamenti unici si ripetono anno dopo anno e che, edizione dopo edizione, sono riusciti a superare i confini locali.

La fiera lu paniri te e site di Palmariggi, la sagra te lu porcu meu di Muro leccese e quella della volia cazzata a Martano, la fiera di Miggiano e quella di San Vito ad Ortelle, c’è davvero l’imbarazzo della scelta o meglio c’era. Perché quest’anno l’agenda è vuota a causa del Coronavirus che ha costretto gli organizzatori a rimandare tutto a momenti migliori. Giusto, giustissimo ma quest’anno dopo una strana estate anche l’autunno è più autunno senza il vociare per le strade vestite a festa, senza i cibi genuini da assaporare in compagnia, senza la musica, senza la possibilità di ripercorrere le tracce lasciate dalla storia, senza la possibilità di vivere l’anima vera del Salento. Ad maiora, allora, ma che tristezza!



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