Costrinse sei rumene a prostituirsi, Rom di nazionalità italiana condannato a sette anni

Dinanzi ai giudici della prima sezione penale, il 32enne Gennaro Hajdari di etnia Rom, ma di nazionalità italiana è stato ritenuto colpevole di avere, con un altro soggetto non identificato, allestito un sistema atto ad ottenere profitto dall’attività di prostituzione di rumene.

Una squallida vicenda di minacce, insulti e percosse che giunge alla conclusione con la sentenza di condanna del suo presunto protagonista. I giudici del collegio della prima sezione penale, presieduto da Gabriele Perna, hanno condannato il 32enne Gennaro Hajdari, di etnia Rom, nato a Palermo ma residente nel "Campo Panareo" di Lecce, alla pena di anni sette ed al pagamento della multa di 5.600 euro, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Le accuse erano di "sfruttamento della prostituzione", "tentata estorsione" e "lesioni", con l'aggravante del porto illegale di arma da fuoco e da taglio.

Questo pomeriggio, difatti, si è tenuta la discussione del processo, in cui il Pubblico Ministero Paola Guglielmi aveva invocato una condanna a sei anni. I difensori di Hajdari, gli avvocati Federico Mazzarella De Pascalis ed Antonio Savoia ne avevano chiesto l'assoluzione, poiché l'impianto accusatorio era a loro parere, fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di tre prostitute, rese ai carabinieri in fase d'indagini preliminari, mentre in sede dibattimentale soltanto una ragazza avrebbe testimoniato, senza però riconoscere Hadjari. Gli avvocati Mazzarella e Savoia, inoltre, hanno sollevato una questione d'incostituzionalità in merito alla conferma della misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, rilevando un'ingiustizia, nel fatto che, non essendoci in questo momento la disponibilità dello strumento detentivo in questione, il loro assistito deve, invece, sottoporsi ad un regime detentivo in carcere che non è stato, in realtà, mai stabilito, né in sede di Riesame  né tantomeno con la sentenza odierna.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il 32enne, assieme ad un altro soggetto non identificato, avrebbe fino al giugno 2014, allestito un sistema dedito ad ottenere profitto dall'attività di prostituzione di sei cittadine rumene, in località come Trepuzzi e Torre Lapillo. Per ottenere l'ingiusto guadagno, quantificabile nella somma di 200 euro a settimana per ognuna di esse, l'uomo avrebbe ricorso a violenze di ogni tipo: da espressioni ingiuriose, come "ti sparo" a percosse consistite in schiaffi, spintoni e lesioni, anche attraverso l'utilizzo di coltello e pistola (una di loro ha riportato in un'occasione, un trauma contusivo al braccio ed all'avambraccio destro e varie ferite sia al viso che su altri parti del corpo), fino ad arrivare alla "promessa" di non farle continuare a lavorare o minacciandole di morte, nel caso in cui non gli avessero consegnato il denaro.

L'inchiesta è partita dalla denuncia delle ragazze, anche se il proseguo dell'attività investigativa  ha avuto un "intoppo", poiché alcune di loro, hanno lasciato l'Italia, risultando irreperibili, e soltanto una di loro ha testimoniato nel corso del processo.