Marò. La rabbia e l’orgoglio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

In collegamento da New Delhi, per la prima volta Salvatore Girone usa toni duri: «Abbiamo obbedito a degli ordini e oggi siamo ancora qui. Abbiamo mantenuto una parola che ancora oggi con grande dignità e onore per il popolo italiano e tutti i militari del mondo rispettiamo»

Da quel 15 febbraio 2012, tutti abbiamo imparato a conoscere Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Da quando nell’incidente a largo delle coste del Kerala, tra la Enrica Lexie, la nave mercantile battente bandiera italiana e il peschereccio Sant’Anthony, morirono due pescatori del posto, Valentine Jalstine e Ajesh Binki.

Sono trascorsi più di due anni, tra rinvii, errori, lungaggini giudiziarie a volte quasi inspiegabili per non dire intollerabili. E i due marò italiani sono ancora lì, a New Delhi, senza neppure sapere di cosa sono realmente accusati. 

​Abbiamo imparato a conoscere i due fucilieri del battaglione San Marco dalle loro parole, sempre impettite, sempre pacate, sempre pesate nonostante i bocconi amari che hanno dovuto ingoiare in questi anni. La dignità encomiabile con cui hanno affrontato la situazione, a volte, ha fatto passare in secondo piano la sua drammaticità.

Loro sono militari, si è detto più e più volte, dimenticando che sono anche uomini, compagni, mariti e padri! L’umanità di Latorre e Girone, è inaspettatamente prevalsa ieri, quando dall’alto della loro divisa bianca, impeccabili nel loro orgoglio di appartenere alle forze armate, in collegamento web dall'ambasciata a New Delhi  con le commissioni Difesa e Esteri di Camera e Senato, per la prima volta, hanno alzato la voce. Dignità, orgoglio, compostezza ma anche rabbia, tanta rabbia. «Abbiamo obbedito a degli ordini e oggi siamo ancora qui, abbiamo mantenuto la parola, quella che ci era stata chiesta di mantenere e che ancora con dignità e onore per la nostra nazione, per tutti i soldati italiani, continuiamo a rispettare… e siamo ancora qui….». Parole forti, quasi urlate, proprio mentre il reggimento San Marco, il loro reparto, sfilava a Roma sui Fori imperiali accolto dagli applausi. Le parole di Girone rimbalzano come macigni ma lasciano molti dubbi: a quale ordine si riferiva? Quale promessa è stata mantenuta?

«Vorremmo che venisse riconosciuta prima di tutto la nostra innocenza» prosegue il militare pugliese in collegamento dall’altro capo del mondo, ribadendo ancora una volta il concetto se mai non fosse chiaro e lasciando trapelare una vena polemica «vorremo che i due paesi dialogassero per la pace e non per le rotture perché il muro contro muro porta solo alla distruzione. Noi continueremo con dignità, con onore, per il nostro Paese, per la nostra bandiera e per rispetto di tutti i militari del mondo che in questo momento stanno operando. Italiani, americani, inglesi o indiani, tutti e ognuno di loro deve sentirsi “tutelato”  nei propri diritti». Poi ringrazia «per il grande supporto e la tenacia a non abbandonare due soldati che non sono Salvatore e Massimiliano, ma due soldati che possono essere chiunque», spiega, ricordando che quanto accaduto quel giorno nell’incidente dell’Enrica Lexie è stato un episodio nell’ambito di una missione internazionale per conto dello Stato. 

Massimiliano Latorre, visibilmente commosso, usa parole più pacate ma non meno dure «quello che possiamo fare è comportarci da militari, da italiani e soffrire con dignità nell’attesa che questa storia abbia termine». Poi l’auspicio perché si proceda lungo la strada «del dialogo tra due democrazie che si devono incontrare, innanzitutto per la nostra innocenza, perché siamo innocenti e lo gridiamo gran voce».

Poi conclude con una frase «Tutti insieme, nessuno indietro»



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