Per Ciro e Michele. Il Lecce di Eugenio Fascetti e la prima Serie A – III Puntata

La stagione 83-84 è¨ la stagione di un Lecce nuovo. Sulla panchina giallorossa arriva Eugenio Fascetti, proveniente dal Varese. L”™allenatore, dopo 5 anni ottimi in terra lombarda, era sceso in Salento con l”™intenzione di assecondare gli obiettivi della dirigenza giallorossa.

Con la puntata di Natale raccontiamo la pagina più gloriosa della storia calcistica giallorossa: l’approdo in serie A. Per la prima volta il Lecce raggiunge la massima categoria del calcio. Un evento indimenticabile per molti di noi e che segnerà indelebilmente il DNA sportivo dei salentini.

Non prima però di aver superato una nuvola nera, addensatasi sul cielo dei tifosi leccesi: la morte di Ciro Pezzella e Michele Lorusso, deceduti in un terribile incidente stradale.
Erano gli anni di Eugenio Fascetti, un allenatore che dopo Lecce avrebbe avuto una carriera strepitosa.

IN MORTE DI CIRO E MICHELE
La stagione 83-84 è la stagione di un Lecce nuovo. Sulla panchina giallorossa arriva Eugenio Fascetti, proveniente dal Varese. L’allenatore, dopo 5 anni ottimi in terra lombarda, era sceso in Salento con l’intenzione di assecondare gli obiettivi della dirigenza giallorossa. Fascetti con il Lecce avrebbe ottenuto la sua prima promozione in A. La prima di una lunga serie. Ben 5. Con la vittoria di un campionato: nel 1990, alla guida del Torino.

Ma veniamo a noi. L’inizio del campionato 83 – 84 non fu dei più esaltanti, poche vittorie , troppi pareggi. La svolta arrivò alla fine del girone di andata, in concomitanza con un triste accadimento, l’incidente mortale di due colonne del Lecce Lorusso e Pezzella.

I due difensori non avevano un buon rapporto con gli aerei. Per evitare il volo, nella lunga trasferta per raggiungere Varese (proprio la squadra dell’ex Fascetti) scelsero di partire in macchina così da raggiungere la stazione ferroviaria di Bari centrale, stazione attrezzata con treni a lunga percorrenza, più veloci rispetto alle caffettiere a cui il nostro Sud era abituato a quei tempi.
Negli anni ottanta lungo la tratta Bari – Lecce non c’era il doppio binario ferroviario  e viaggiare era un terno al Lotto.

Anche in auto ovviamente. La Lecce Bari non era una bella superstrada come oggi, ma un sentiero funesto, senza spartitraffico ad assicurare il percorso dei viaggiatori.
Nei pressi di Mola di Bari, l’appuntamento col destino strappò la vita a Ciro e Michele, giocatori che d’ora in poi tutti i tifosi avrebbero chiamato per nome. La notizia della loro tragica morte gettò nello sconforto più totale i compagni di squadra e l’ambiente intero.

La partita Varese – Lecce si giocò comunque, e finì 0 – 0. Ma alla successiva, la prima in casa del dopo incidente, i giallorossi giocarono solo per vincere e onorare la memoria dei due amici scomparsi. Il Lecce vinse sul Cesena 2 – 0. Fu una sconfitta che costò la panchina all’allenatore dei romagnoli, il pluridecorato Pippo Marchioro.
Elaborato il lutto, i leccesi si concentrarono sul campionato, ma il sentimento per i compagni morti, non avrebbe mai lasciato la squadra e i tifosi.
Il girone di ritorno fu esaltante con il Lecce che collezionò ben 23 punti per arrivare, alla fine del torneo al quarto posto, a tre punti dalla Cremonese del giovane Emiliano Mondonico. Ma in serie A salivano solo le prime tre.
 Fu comunque il miglior risultato del Lecce nella nuova serie B, fino a quel momento. L’anno dopo sarebbe arrivato il regalo tanto atteso dai tifosi salentini.

SERIE A
Alla prima di campionato, il 16 settembre 1984, a San Benedetto del Tronto, il Lecce di Fascetti vinse 3 a  1. Una settimana dopo in casa superò il Varese 1 – 0. Due vittorie consecutive come il Bari, e primo posto in classifica.

Alla terza di campionato c’è il derby. A Bari. Vincono i galletti di Bruno Bolchi neo promossi in B. La sconfitta però arrivava con la squadra più forte di quel momento che avrebbe varcato anch’essa, a fine stagione, la soglia della serie A.

E comunque il Lecce avrebbe riscattato l’onta della sconfitta nel girone di ritorno, aggiudicandosi il derby al Via del Mare e vincendo per 1 – 0.
Il campionato era di grande livello, dominato dal Pisa di Gigi Simoni, che a fine stagione avrebbe vinto il titolo. Per Simoni sarebbe stata la seconda vittoria di un campionato di B, ma già la quarta promozione in A in meno di dieci anni. Come nessuno mai fino a quel momento.

Per dare la cifra del calibro delle squadre impegnate a raggiungere la serie A e ricavarne maggiori meriti per il Lecce, bisogna ricordare che se la giocavano anche il Perugia di Aldo Agroppi, la Triestina di Massimo Giacomini, il Catania di Mimmo Renna, l’Empoli di Vincenzo Guerini e il Pescara di Enrico Catuzzi.
Ma era il Lecce la squadra che esprimeva il miglior calcio con  le sgroppate di Albertino Di Chiara, i gol di Cipriani e Paciocco, gli assist di Orlandi e Luperto. La tenacia di Enzo, Vanoli, Palese e Raise.
Il miglior marcatore per il Lecce alla fine fu Ricardo Paciocco con 9 reti. Il Lecce raggiunse quota 50 punti in classifica, come il Pisa, ma arrivando secondo, per via degli scontri diretti e della differenza reti.
Nel giugno del 1985 il Lecce entrava nella Storia del grande calcio italiano. Ed entrava con l’allenatore Eugenio Fascetti, che lo avrebbe guidato anche in serie A.
Adesso si doveva puntare a rafforzare la squadra per affrontare un campionato ricco di insidie, con squadre fatte di campioni e allenate dai migliori allenatori italiani. Il Lecce avrebbe dovuto giocare la Juventus di Giovanni Trapattoni, il Milan di Nils Liedholm, l’Inter di Ilario Castagner, l’Udinese di Luis Vinicio, il Verona campione d’Italia di Osvaldo Bagnoli.
E il calendario diceva che la prima partita della serie A sarebbe stata proprio contro gli sculettati. A casa loro.

Intanto la città era in fermento, le Istituzioni scendevano al fianco del’Unione Sportiva per rendere il palcoscenico degno dello spettacolo. Innanzitutto c’era da fare lo stadio. Uno stadio da serie A.
Il Via del mare era vecchio di vent’anni e inadatto ad un pubblico che avrebbe visto per la prima volta  a Lecce la Juve, l’Inter e il Milan. C’era un’intera provincia da servire.
La struttura era stata inaugurata nel 1966, quando il Lecce militava in serie C. Una volta abbandonato il vecchio “Carlo Pranzo”, si era passati sulla strada che porta a San Cataldo, con uno stadio vero capace di 20.000 spettatori. Forse addirittura troppo per la serie C. Quando poi dieci anni dopo arrivò la serie B, con qualche accorgimento la struttura arrivò a contenere 25mila spettatori. Ma la serie A meritava altro. Ben altro.

E’l’amministrazione comunale, proprietaria del bene, pensò di fare le cose in grande, affidando l’incarico all’impresa edile di Costantino Rozzi, costruttore di stadi.
Rozzi che aveva realizzato strutture di calcio per la serie negli anni precedenti (era accaduto ad Ascoli e ad Avellino) conosceva bene la realtà di Lecce, per aver seguito dieci anni prima le fortune dei giallorossi, quando prese proprio dal Lecce, neo promosso in B, l’allenatore Mimmo Renna per portarlo con sé nelle Marche e vincere il campionato dei record.
Il presidentissimo compì l’impresa. In meno di tre mesi ampliò il Via del mare realizzando un anello superiore per i tre quarti delle tribune, lasciando intatta solo la tribuna est. La capienza raggiunse quota 55.000 spettatori. Incredibile, si trattava del quinto stadio italiano, dopo Napoli, Milano, Roma e Torino. E sarebbe rimasto il quinto stadio più grande fino ai mondiali di calcio del 1990.
Il comune di Lecce guidato da Ettore Giardiniero, regalò ai leccesi uno spicchio di paradiso. Ma la cornice non sempre fa l’arte.

Allo stadio Bentegodi di Verona l’8 settembre 1985, il Lecce non fece la parte della matricola e chiuse con un  magnifico pareggio, 2 – 2. Più di qualcuno cominciò ad illudersi.
E fu un illusione che durò poco. Il Lecce mostrò a tutti e a chiare lettere, di non essere una squadra in grado di affrontare dignitosamente il campionato, incapace di vincere e priva di una difesa adeguata alle esigenze.

Dalla settima giornata in poi il Lecce occupò l’ultima posizione della classifica, un posto che non avrebbe più lasciato.
In estate, per confortare un collettivo che rimase in gran parte quello dell’anno prima, Jurlano e Cataldo fecero arrivare in Salento due argentini non molto conosciuti in Europa, ma che avrebbero segnato per sempre la storia giallorossa, Pedro Pablo Pasculli, un grande centravanti e Juan Alberto Barbas, un fuoriclasse.
Più per amor di patria che per sete di gloria tornò a Lecce la più grande gloria del calcio leccese di tutti i tempi, Franco Causio, che all’età di quasi 37 anni mostrava ancora il talento da campione che lo aveva visto entrare nell’albo d’oro dei calciatori di tutti i tempi con i suoi sei scudetti e il campionato mondiale con l’Italia di Bearzot nell’82.
Grandi cose insomma ma non sufficienti al Lecce che stentava in campo a contenere squadre ben più dotate e fresche.
Nel girone d’andata il Lecce incassò appena 6 punti. Alla fine saranno 16 in tutto. Di questi, 13 ottenuti in casa, appena 3 in trasferta. Numeri da caduta libera devastante.
Però era un anno di grandi notizie. Al Lecce c’era uno stadio nuovo, quasi sempre stracolmo e d’ora in poi sarebbero arrivati grandi allenatori e grandi giocatori. Lecce era una realtà importante del gioco del pallone.

Il presidente Jurlano quell’anno non volle cambiare l’allenatore. Fu chiaro a tutti che l’artefice della prima promozione in A del Lecce non meritasse l’onta dell’esonero, nonostante le pesanti sconfitte. Qualsiasi altro allenatore non avrebbe potuto fare di più e meglio.

Un ragionamento che fecero anche a Bari e che Vincenzo Matarrese spiegò molto bene, quando disse “siamo arrivati in A partendo dalla serie C con Bruno Bolchi e nessuno lo potrà sostituire.”
Le neo promosse Pisa, Lecce e Bari ritornarono da dove erano venute. In serie B.

Ma il campionato 85 – 86, vinto dalla Juventus di Trapattoni (che portò a casa il sesto scudetto in dieci anni)  è passato alla storia per un  altro episodio indimenticabile e clamoroso.
Il 13 aprile 1986 la Roma di Sven Goran Eriksson, con la vittoria  per 4 – 2 sul campo del Pisa, aveva raggiunto la Juve in vetta alla classifica, dopo una rimonta fantastica. Mancavano appena due giornate alla fine e la Roma sembrava favorita. Si trattava adesso  di affrontare l’ultima in classifica, una squadra già retrocessa matematicamente da tempo. Il Lecce.

Allo stadio Olimpico di Roma il 20 aprile 1986 “avvenne quello che nel calcio avviene raramente ma regolarmente quando si snobba l’avversario o si pensa che i giochi siano già fatti” come disse testualmente Giampiero Galeazzi nella sua cronaca post partita alla Domenica sportiva.
Il Lecce vinse 3 – 2. Al gol iniziale di Ciccio Graziani per la Roma segue il pareggio siglato da Alberto Di Chiara. 6 minuti più tardi Giuseppe Giannini perde palla a centrocampo e Pasculli si invola verso la porta, dove viene atterrato fallosamente dal portiere romanista Tancredi, appena entrato in area. E’ rigore.

Il tiro dal dischetto viene trasformato da Beto Barbas, il quale segnerà ancora nel secondo tempo per il tre a uno. La Roma capisce che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa di inaudito. Il gol del capocannoniere del campionato Roberto Pruzzo non sarebbe servito  a molto ai giallorossi capitolini. Il Lecce vince la partita tre a due e consegna lo scudetto alla Juventus, vittoriosa sul campo del Milan.
L’ultima giornata la Roma sotto schok perderà ancora e la Juve, a più quattro, trionferà per la ventiduesima volta nella sua storia.
Finito il Campionato c’è da ricostruire tutto. Si torna in B, ma tutto sommato a testa alta…

Buon Natale a tutti. Domenica prossima ci attende il Lecce di Carletto Mazzone e il ritorno in serie A.


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