Torre Pali a guardia dell’Isola della Fanciulla: ecco la storia mai raccontata della Torre costiera nella marina di Salve

Torre Pali ha una affascinante e triste storia da raccontare. Veglia sull’Isola della fanciulla, luogo del ritrovamento di una giovane ragazza uccisa in mare per il suo coraggio, tanto e tanto tempo fa.

“Paese che vai, storia che incontri.” Torre Pali è una delle numerose torri costiere di avvistamento sparse per tutto il Salento, costruite nel XVI secolo per volontà di Carlo V, a difesa del territorio locale dalle invasioni dei pirati saraceni ed Ottomani. Poco più in là, ad una cinquantina di metri dalla spiaggia, fa capolino un piccolo appezzamento scogliero, famoso per il modo in cui è stato ribatezzato dagli abitanti che, nel tempo, hanno tramandato la triste storia passata dell’isola della fanciulla dal giglio bianco, in ricordo dell’atto di fede compiuto da una giovane fanciulla, ritrovata in mare senza vita.

La Torre Costiera e il porto

Non esistono purtroppo notizie precise e certe riguardanti l’inizio della costruzione della torre costiera della marina di Salve. Nel tempo in cui fu messo in piedi, l’imponente mastio, si erigeva in realtà sulla terraferma, ma a causa della continua attività erosiva del mare, oggi la costruzione si trova completamente circondata dalle acque a circa una ventina di metri dalla costa.

Della torre rimane una porzione importante delle fondamenta e alcuni resti del corpo cilindrico, oltre il cordolo. Nella parte più integra è presente un voltino e l’inizio di una caditoia a pianta circolare, di cui ora è rimasto solo lo zoccolo scarpato. La torre si sviluppava su due piani e nella parte superiore presentava delle feritoie necessarie all’avvistamento preventivo delle navi straniere.

Già all’inizio del XIX secolo, anche a causa delle particolari condizioni del sito, la torre versava in uno stato di abbandono, che si aggravò ulteriormente nel tempo. La tradizione orale, inoltre, racconta che nei primi anni settanta del Novecento, fu il colpo di un fulmine a distruggere anche l’ultimo pezzo della corona sul pinnacolo. Solo nei primi anni duemila, infine, si sono iniziati brevi lavori di restauro per riuscire a recuperare quel che resta del manufatto.

Nel paese fu costruito anche un piccolo porticciolo con una capacità ospitativa di poco più di un centinaio di imbarcazioni di piccola grandezza ed una darsena, divisa in due da un pontile centrale. Già negli anni Settanta, si tentò di costruire un porto per i pescatori locali, ma si riuscì solo in parte nella realizzazione e ad oggi il sito è divenuto impraticabile ad opera di un progressivo depauperamento dell’arenile, a causa della scomparsa delle correnti che rifornivano di sabbia la parte adiacente all’insenatura.

Di fronte alla zona portuale dell’epoca, vi erano costruiti anche i ricoveri tipici dei pescatori, cosiddetti “strazzi”, dove si potevano custodire, le reti, le nasse dei pescatori e si svolgeva l’attività di pesca sulla riva. Di queste costruzioni oggi non ne è rimasta alcuna traccia. Gli strazzi vennero progressivamente abbattuti, infatti, per far posto ad edifici abitativi di nuova costruzione.

La leggenda dell’isola della Fanciulla e del giglio bianco

“Fai caso al giglio esile
che tra le dune ti inciampa il passo
Vedi com’è vestito di gracile innocenza?”

“Il giglio delle Convalli” di Lorella Bini.

Come riportano alcuni fonti storiche, la costa salentina per tutto il periodo del medioevo e fino agli inizi del diciottesimo secolo, conobbe il terribile flagello delle continue incursioni di turchi e saraceni intenti a distruggere e rapinare i nostri territori. È proprio per questo motivo che lungo la costa, le varie torri avevano sia la funzione difensiva di opporre resistenza al nemico, sia quella di dare l’allarme alla popolazione per mettersi in salvo oppure prepararsi alla controffensiva.

Intorno alla fine del millecinquecento, durante il mese estivo di Luglio tuttavia, avvenne lo sbarco di alcune navi barbaresche capitanate dal corsaro saraceno Dragut, proprio sulle rive di Sant’Antonio (il nome originario di Torre Pali in devozione al santo), che nonostante la presenza della torre, riuscirono ad eludere i controlli e approdare in terra per commettere una serie di razzie, tra cui anche quella di nove giovani donne del luogo.

Le fanciulle, come del resto anche i giovani al tempo, una volta rapiti dai saraceni finivano poi per essere rivenduti e fatti schiavi nei mercati, al ritorno sulle coste africane. Ad una di queste nove ragazze che tenacemente e in più occasioni tentò la fuga durante il viaggio per mare, l’incuriosito Dragut volle concedere un’occasione di salvezza, e cioè la promessa di libertà in cambio della sua conversione alla religione musulmana.

La ragazza, fortemente devota, rifiutò con decisione la proposta, preferendo la morte anziché rinnegare la propria fede. Un grande affronto per il terribile Dragut che ne ordinò così la sua uccisione.

Giustiziata dai pirati e gettata in mare, secondo la leggenda, fu per volere della grandezza divina che premiò l’atto di fede, ad avere misericordia delle sue spoglie mortali e riportarla per mare verso casa, proprio sull’isolotto vicino la Torre, dove il corpo nudo fu poi ritrovato dai pescatori della zona, ricoperto di sabbia e roccia. Da quel momento gli abitanti della zona ribattezzarono alla sua memoria lo scoglio, dandogli il nome di Isola della Fanciulla.

Alcune voci di questa storia così triste  raccontano che molto spesso all’alba, con il sole sulla riva ancora basso, nei giorni di bonaccia e in assenza di alta marea, si possa intravedere tra la nebbia una singolare ed insolita sagoma di un corpo esile femminile, che vaga inquieta sull’acqua.

La cosa più curiosa e strana tuttavia, soprattutto tra le affermazioni affascinate dei turisti che durante la stagione estiva popolano la marina e durante il bagno si avventurano su quel piccolo isolotto solitario, è la sorpresa di aver trovato in un anfratto della scogliera del tutto scialba, arsa e incolta, un piccolo fiore di giglio bianco rigoglioso nato spontaneamente dalla roccia.

Immagine di copertina: E. Calò



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