1° Febbraio 1945: Il giorno in cui il diritto di voto divenne donna

C’è una data che spesso passa sotto silenzio, eppure ha cambiato per sempre la storia dell’Italia. È il 1° febbraio 1945, quando viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo n. 23, quello che estende alle donne il diritto di voto.

1° febbraio 1946. C’è un rumore sottile, quasi impercettibile, che attraversa le strade dell’Italia ancora ferita dalla guerra: è il rumore del fruscio della carta di un giornale che ha cambiato la storia. Proprio quel giorno, sulla Gazzetta Ufficiale n. 30, viene pubblicato il decreto legislativo numero 23, che estende il diritto di voto alle donne. Non è solo un foglio: è la fine di un silenzio durato secoli, la promessa di un futuro dove la voce femminile non è più soffocata. Dopo decenni di attese, lotte silenziose e sacrifici, le donne italiane, che fino a quel momento erano state le “colonne invisibili” della società, avevano ottenuto la cittadinanza politica. Non più solo madri, mogli, figlie, ma votanti.

Il decreto che cambiò la storia (ma non senza ombre)

Il decreto nasce dal secondo governo Bonomi, un esecutivo di unità nazionale che riunisce forze politiche molto diverse:
la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, la Democrazia del Lavoro e il Partito Liberale. Un’alleanza fragile, ma capace di guardare al futuro. Un atto di giustizia storica, una ‘rivoluzione’…ma c’era un’ombra sulla conquista. L’articolo 3 escludeva dal suffragio universale le prostitute schedate “che esercitano il meretricio fuori dei locali autorizzati“. Era un’Italia contraddittoria, che concedeva la dignità con una mano e la toglieva con l’altra alle donne più vulnerabili, considerate “indegne” di partecipare alla vita pubblica, non abbastanza “pure” per scegliere il destino del Paese.

Una discriminazione morale che sarebbe durata fino al 1947, quando fu abrogata. Quel piccolo ostacolo nel faticoso cammino verso l’uguaglianza non ha fermato il fiume di donne pronte a marciare verso le urne delle donne, custodi silenziose della vita quotidiana. Prima del 1945 le donne reggevano famiglie intere, spesso da sole. Sopportavano violenze domestiche considerate “normali”. Lavoravano senza tutele e senza riconoscimento e avevano sostituito gli uomini partiti per la guerra nelle fabbriche come nei campi. Il diritto di voto non arrivò come un regalo. Arrivò come un riconoscimento tardivo, come una porta che finalmente si socchiude dopo secoli di esclusione.

Il soffio della libertà in un’Italia ferita

Sebbene il decreto sia del 1945, bisognerà attendere un anno, prima con le elezioni amministrative e poi con lo storico Referendum tra Monarchia e Repubblica. Le cronache dell’epoca raccontano di file interminabili davanti ai seggi, come se andassero a un appuntamento col destino. E in effetti, era proprio così.

Camminavano a piedi nudi sui sampietrini, con i figli in braccio e il cuore gonfio di lacrime. Analfabete o laureate, contadine o casalinghe: il suffragio femminile decreto legislativo 23 le rendeva tutte eguali. A Roma, Napoli, Milano, code infinite di donne che firmano con mano tremante. Molte avevano paura di “sporcare” la scheda con il rossetto, un dettaglio che sottolinea la sacralità che attribuivano a quel gesto. E anche un giornale aveva consigliato, senza giri di parole, di presentarsi ai seggi “senza rossetto sulle labbra” per non invalidare il voto umettando il lembo adesivo.

Donne come la protagonista del film C’è ancora domani, il capolavoro cinematografico di Paola Cortellesi che ci ha insegnato che la libertà si conquista un voto alla volta. Quella lettera chiusa nel cassetto, quel rossetto messo di nascosto e la corsa verso il seggio elettorale rappresentano l’emozione di chi, per la prima volta, ha usato la matita sulla carta copiativa come un’arma di riscatto, sapendo che quel segno sulla scheda valeva come quello del suo autoritario marito.

E se il domani c’è ancora, è grazie a loro.