Pastore albanese colpito a morte da un proiettile. Ci sarà un nuovo processo

La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che aveva condannato l’imprenditore agricolo Giuseppe Roi, 42enne di Porto Cesareo.

Si dovrà celebrare un nuovo processo per fare luce sulla morte del giovane pastore albanese, raggiunto da un proiettile, il 6 aprile del 2014, nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione.

La Corte di Cassazione, nelle scorse ore, ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Lecce. Gli “ermellini” hanno dunque accolto il ricorso presentato dagli avvocati Francesca ConteRoberto Eustachio Sisto, difensori dell’imprenditore agricolo Giuseppe Roi, 42enne di Porto Cesareo. L’imputato era stato condannato in secondo grado alla pena di 21 anni e 4 mesi di reclusione (30 anni in primo grado).

La Cassazione ha trasmesso gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Taranto, per la celebrazione di un nuovo processo.

In particolare, dovrà essere valutato l’elemento psicologico per stabilire l’esatta qualificazione del reato.

La Corte d’Assise d’Appello di Lecce, nel febbraio scorso, aveva confermato l’impianto accusatorio e condannato Giuseppe Roi per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, (dichiarando, invece, l’estinzione per prescrizione del reato di detenzione illegale di arma).

Secondo la difesa, invece,  l’impianto accusatorio si sarebbe basato su congetture e sospetti, privi di fondamento e tutt’al più si sarebbe trattato di un incidente.

I giudici di Appello avevano anche confermato il risarcimento del danno in separata sede e la provvisionale di 50mila euro, per ciascuno dei familiari della vittima, il 24enne Qamil Hyraj, che si erano costituiti parte civile con gli avvocati Ladislao Massari e Uljana Gazidede.

Al termine del processo di primo grado, va detto, la Corte d’Assise (presidente Pietro Baffa, a latere Maria Francesca Mariano e giudici popolari), aveva ritenuto l’imputato colpevole del reato di omicidio volontario con dolo eventuale e lo aveva condannato alla pena di 30 anni di reclusione ed al risarcimento per le parti civili.

Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Carmen Ruggiero aveva invocato la condanna a 25 anni di reclusione.

Il pm aveva affermato che: “è emersa la prova della responsabilità al reato contestato e che si è trattato di un gioco macabro per produrre un divertimento”. Un gioco poi sfociato nel sangue, con la morte del pastore.

Occorre ricordare che nell’immediatezza dei fatti, il pm contestò a Giuseppe Roi il reato di omicidio volontario. Il collegio difensivo si oppose fin da subito, facendo riferimento agli esiti degli accertamenti balistici degli specialisti e chiese la riqualificazione del reato in omicidio colposo. L’istanza venne accolta dai giudici del Riesame e poi dal pm Giuseppe Capoccia (inizialmente titolare dell’inchiesta) ed infine dal gup al termine dell’udienza preliminare. In seguito, però, nel corso del dibattimento, il pm Ruggiero ritenne di ribadire l’accusa di omicidio volontario.

E in seguito si celebrò una nuova udienza preliminare, davanti al gup Edoardo D’Ambrosio che rinviò a giudizio Giuseppe Roi per il reato di omicidio volontario.

La vicenda

Ricordiamo che, il 6 aprile del 2015, intorno alle 12:55, nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione, fu ritrovato il cadavere di un giovane pastore albanese, Qamil Hyraj. Il 24enne era stato ‘freddato’ da un colpo di arma da fuoco sparato ad altezza d’uomo.

In seguito, il suo datore di lavoro e amico, Giuseppe Roi, proprietario di un’azienda avicola finì sotto inchiesta perché accusato di avere sparato due colpi di pistola ad altezza d’uomo, uno dei quali si rivelò fatale. Il primo colpo, come rivelato dai rilievi balistici effettuati, avrebbe trapassato un frigorifero, richiamando “l’attenzione” di Hyraj che, in quel momento, stava guardando il gregge. Il ragazzo si sarebbe voltato ed è lì che sarebbe stato raggiunto da un secondo colpo, rivelatosi fatale.