Da De Canio a Lerda, la parabola discendente del Lecce – X puntata

Decima ed ultima puntata della Storia del Lecce. Sono gli anni delle due ultime stagioni in serie A, della grave penalizzazione subita a causa di una vicenda extracalcistica, ma sono anche gli anni in cui la Società viene rilevata da Savino Tesoro.

La promozione del 2010 con Luigi De Canio in panchina coincise con la vittoria del primo campionato di serie B del Lecce, un titolo prestigioso vinto da tanti grandi club in passato e che serviva ai giallorossi come dote da impegnare nella stagione successiva. De Canio riuscì a farsi affidare la squadra, chiedendo carta bianca al nuovo presidente Pierandrea Semeraro, e divenne allenatore – manager con un grado di autonomia che pochi allenatori avevano avuto prima. Forse nessuno. Il tecnico lucano impose i suoi ritmi e la sua mentalità, oltre ai suoi schemi, e impostò una stagione difficile che avrebbe dato i suoi frutti solo alla fine, con una salvezza davvero sofferta. L’avvio è incerto con il Lecce capace di far punti solo in casa e sempre sconfitto in trasferta. Alla fine del girone d’andata i giallorossi sono in zona B con il Bari e il Brescia uniche squadre ad aver fatto peggio.

Nel ritorno però i lupi salentini cambiano passo con i gol di David Di Michele e gli assist di Gianni Munari e con le giocate di Olivera, Jeda, Mesbah e Bertolacci, giocatori che poi avrebbero avuto fortuna in altri grossi club di serie A. Ci fu spazio anche per un amarcord non solo sentimentale ma anche significativo dal punto di vista dei risultati, quello legato all’utilizzo saltuario di Chevanton, storico bomber del Lecce tornato in giallorosso dopo gli osanna del pubblico. Il gol capolavoro dell’attaccante uruguaiano contro il Napoli battuto 2 – 1 allo stadio Via del Mare davanti a 15.000 spettatori urlanti appartiene alla storia del calcio giallorosso e divenne un biglietto di prima classe staccato per prendere al volo il treno della salvezza. Salvezza che fu consacrata, con più di qualche ombra come si scoprirà un anno dopo, nella penultima giornata di campionato, a Bari, nel derby contro i galletti biancorossi. Il risultato, come da referto, parlava di 2 – 0 per il Lecce e di conquista matematica della salvezza. Una festa giallorossa andata in scena allo stadio San Nicola, dopo una stagione da incorniciare. De Canio aveva compiuto il suo capolavoro, promozione e salvezza in due anni, il massimo che si potesse chiedere o che una provinciale come il Lecce potesse ottenere. Oggi con la squadra che gioca in campionati di serie C tutti comprendono il significato e il valore di una salvezza, anche se sofferta, in serie A. Cosa che a quei tempi qualcuno arrivava a considerare poca roba, come se fosse possibile o normale guardare ad altri obiettivi. L’aver solo disputato qualche campionato di massima divisione era già un’impresa per la squadra di calcio di una piccola città del profondo Sud.

Basta chiedersi quante squadre del Sud oggi sono presenti in serie A? La risposta è semplice, la morale pure. Gigi De Canio, pago e gratificato dai risultati ottenuti e dal lavoro svolto, lascia il Lecce, nonostante un contratto lo vincolasse per altre stagioni. Evidentemente il tecnico materano aveva intuito che il futuro non sarebbe stato degno dei successi ottenuti nelle due stagioni precedenti e preferì andar via, senza riuscire però a trovare una nuova panchina. L’avrebbe ritrovata in serie A sul finire della stagione 2011 – 2012, quando nel mese di aprile 2012, il presidente del Genoa Enrico Preziosi lo avrebbe chiamato in sostituzione di Alberto Malesani. Anche in terra ligure De Canio sarebbe riuscito ad ottenere una salvezza, questa volta assicurando la permanenza in A dei grifoni genoani a scapito proprio della sua ex squadra, il Lecce.

Il campionato 2011 – 2012, già dal mercato estivo aveva fatto intuire che sarebbe stato un campionato in chiaroscuro. Molti giocatori in prestito, troppi giovani, qualche arrivo tardivo e qualche calciatore giunto a Lecce per chiudere la carriera. L’allenatore giovane e promettente, diciamolo subito, un ottimo allenatore, che però a Lecce non ebbe fortuna. Eusebio Di Francesco il quale l’anno dopo avrebbe guidato alla prima storica promozione in serie A il Sassuolo, vincendo il campionato cadetto, si trovò a Lecce a dover fare i conti con un ambiente abituato troppo bene, con una società vicina al pensionamento e con una assetto dello spogliatoio privo di equilibrio. Qualcuno, non a torto probabilmente, ha definito quel Lecce il migliore di sempre sotto il profilo delle individualità e del talento. Dall’Udinese erano arrivati due giovani fenomeni, i colombiani Juan Cuadrado e Luis Muriel. Si trattava di due fuoriclasse autentici che oggi sono tra i protagonisti indiscussi del campionato di calcio italiano, considerati fra i più forti giocatori in circolazione. Cuadrado, dotato di un dribbling straordinario e di una velocità irresistibile illuse i tifosi, i quali sognavano un campionato fuori misura. In realtà a parte una vittoria esterna a Bologna con prestazione maiuscola, il Lecce di Di Francesco non riuscì a convincere e l’avvio pressoché disastroso, condizionò notevolmente il destino della stagione.

Alla quattordicesima giornata la panchina saltò, al posto di Di Francesco arrivò Serse Cosmi, vecchia volpe del calcio italiano, allenatore esperto e dotato di rara intelligenza e simpatia, che nonostante una parentesi breve e poco felice è riuscito ad entrare nel cuore dei leccesi. Con Cosmi in panchina il Lecce cambiò marcia, riuscendo a tenere un passo inimmaginabile solo qualche settimana prima. Già la partita casalinga contro la Lazio persa per 3 – 2 mostrò una squadra rigenerata capace di cose nuove e di ben altra concretezza. La vittoria sul campo della Fiorentina alla penultima d’andata, rilanciò il Lecce nella corsa per la salvezza. Poi, nel recupero della prima di campionato, non giocata per via dello sciopero dei calciatori, il Lecce di Cosmi si prese la soddisfazione di battere l’Inter di Claudio Ranieri, candidandosi ad un girone di ritorno da protagonista. Memorabili rimangono a tutt’oggi la vittoria interna contro il Siena per 4 – 1 con un gol favoloso di Cuadrado che dopo aver percorso tutto il campo palla al piede superò il portiere avversario con un sensazionale pallonetto, e quella contro la Roma superata col punteggio di 4 – 2. Anche la vittoria esterna a Catania contribuì a dare entusiasmo all’ambiente giallorosso, sul quale però cominciarono ad addensarsi le nubi grigie, cariche di tempesta, di un nuovo scandalo del cosiddetto calcio scommesse, anche se qui si trattava, secondo l’accusa, di una partita comprata per ottenere la salvezza durante la precedente stagione. La società del Lecce, avrebbe, stando alle ipotesi formulate dalla giustizia sportiva, pagato un giocatore del Bari per perdere il derby dell’anno prima, dando così la matematica certezza della permanenza in A ai giallorossi leccesi.

Il finale della stagione 2011 – 2012 fu però funestato da un evento tragico, la morte avvenuta in campo del giovane calciatore del Livorno Piermario Morosini, durante una partita del campionato di serie B. La tragedia sconvolse il mondo del calcio e l’Italia intera, e determinò la sospensione di tutti i campionati di calcio a livello professionistico nazionale.

Nelle ultime gare della stagione il Lecce non sarebbe stato più quello di prima e si sarebbe lentamente ma inesorabilmente avviato ad una mesta retrocessione, nonostante né la squadra né il carattere dimostrato meritassero un tale epilogo. La retrocessione del fortissimo Lecce di quell’anno resta uno dei più grandi misteri della storia del calcio salentino. L’inizio dell’estate fu un festival di emozioni contrastanti. Si faceva strada l’idea dell’impossibilità di evitare una pesante penalizzazione o peggio una condanna esemplare. La sintesi della paure dei tifosi si ebbe con la retrocessione in serie C. Il Lecce passava quindi da un campionato di serie A, al purgatorio della Lega Pro, scoprendo un altro punto di vista del mondo. Nella stagione 2012 – 2013 la nuova proprietà con Savino e Antonio Tesoro avrebbe garantito comunque un campionato di livello con il Lecce che lottò fino alla fine per la promozione in B, senza tuttavia riuscire nell’impresa.

Archiviata l’ultima stagione di serie A il Lecce si preparò alla novità della Lega Pro, ritrovandosi con una squadra di vecchie glorie, giocatori a fine carriera e soprattutto gente abituata a ben altre categorie. L’allenatore incaricato di dare una nuova veste al Lecce formato serie C si chiamava Franco Lerda. Il Campionato partì non bene ma benissimo con i giallorossi che infilarono 5 vittorie consecutive, mettendo così a rischio il record ultratrentennale del Lecce di Mimmo Renna che nel campionato di serie C ’75 – ’76 di vittorie consecutive ne fece 6. Record che rimase tale perché il Lecce non vinse la sesta partita ma restava comunque saldamente in testa alla classifica. Qualche opinionista si avventurò in previsioni azzardate: “saremo in serie B a marzo”.

In realtà le cose furono molto diverse da come si presentarono all’inizio. Il Lecce ebbe un calo preoccupante di risultati, cominciarono a serpeggiare malesseri e malumori e si diffuse la voce di problemi seri nello spogliatoio. Così, pur non meritando l’esonero, Lerda fu sollevato dall’incarico e al suo posto fu chiamato il salentino Antonio Toma, vecchia gloria delle serie minori salentine. Il Lecce di Toma sembrò riprendere lo stato di salute che serviva ad una candidata alla promozione diretta in serie B, ma dosi eccessive di ottimismo, in aggiunta ad una graduale involuzione del gioco e alla tenuta di altre squadre lanciatissime come il Trapani costrinsero il Lecce a ripiegare sul secondo posto e sull’ipotesi play off che il Lecce affrontò partendo da un altro cambio sulla panchina. Toma fu esonerato e al suo posto venne ingaggiato Elio Gustinetti, chiamato giusto per vincere i play off. Impresa fallita nella partita di ritorno contro il Carpi, terminata con episodi di violenza da parte di una frangia della tifoserie giallorossa. Quella stessa tifoseria, che aveva fatto parlare di sé un anno prima per la grande dignità con cui aveva accolto una mancata salvezza in serie A, adesso si lasciava andare alla violenza, colorando di nero le cronache nazionali. Peggior epilogo non poteva esserci.

Ma Savino Tesoro non è persona che si lascia travolgere dagli eventi e lo ha dimostrato, assicurando volontà ferrea e spirito di iniziativa nell’approccio ad una nuova stagione. Il direttore sportivo Antonio Tesoro nel 2013 predispone una squadra per la serie C, come si sarebbe dovuto fare l’anno prima probabilmente. Calciatori che si trovano in categorie di ben altro lignaggio, infatti, perdono in smalto e motivazioni. E si era visto. La guida tecnica viene affidata ad un leccese, Francesco Moriero. Quasi evocato dal pubblico Moriero arrivava sulla panchina giallorossa tra gli alleluia dei tifosi, almeno di quelli più oltranzisti, altri, convinti della regola del nemo profeta in patria, rimasero più reticenti e dubbiosi circa le reali possibilità di successo d un allenatore che non aveva ottenuto fino a quel momento da allenatore le stesse fortune avute da giocatore. Chi sperava in una replica dell’esperienza di Mimmo Renna nel ‘76, dovette ricredersi subito. Il profeta di casa cominciò la stagione con una partenza disastrosa. Le quattro sconfitte iniziali in campionato costarono subito la panchina al giovane tecnico leccese e l’ambiente assetato di risultati immediati, dimenticò in una notte il suo affetto e l’orgoglio per il “profeta” salentino. Fatti spiacevoli umanamente, ma sportivamente piuttosto diffusi. A sostituire Moriero ci avrebbe pensato Franco Lerda, il tecnico, ancora sotto contratto, che non aveva avuto la possibilità di completare l’opera.

Il resto è storia dei nostri giorni, di questi giorni, con il Lecce avviato verso l’alta classifica, nonostante un ritardo consistente accumulato agli inizi del torneo. Sarà vera gloria? Lo sapremo presto. Intanto noi di Leccenews24 abbiamo chiuso questa nostra veloce carrellata sugli ultimi quarant’anni del Lecce calcio. Abbiamo raccontato, in dieci puntate sul nostro quotidiano on line, alcune storie, ma solo alcune fra le tante che si potevano narrare. Abbiamo parlato di alcuni protagonisti, pochi, rispetto ai tanti che hanno dato il loro contributo ai successi ottenuti dal Lecce nelle più alte categorie del calcio nazionale.

Abbiamo citato tutti gli allenatori (da Nicola Chiricallo a Franco Lerda) che in quarant’anni di storia giallorossa si sono succeduti sulla panchina del Via del Mare. Abbiamo consacrato quelli che hanno vinto i campionati (Renna, Ventura e De Canio), quelli che hanno conquistato straordinarie promozioni (Fascetti, Mazzone, Bolchi, Ventura, Sonetti, Rossi, Papadopulo), oppure ottenuto preziose salvezze in serie A (Mazzone, Cavasin, Rossi, Zeman, De Canio) e abbiamo applaudito e reso omaggio al merito di chi non ha ottenuto successi ma avuto attenuanti significative, trattandosi di allenatori dall’indiscusso e indiscutibile valore (Prandelli, Di Francesco, Cosmi). Tutti meritevoli, non tutti certamente dotati delle stesse qualità o dello stesso talento.

Abbiamo ricordato straordinari giocatori, come Sergio Magistrelli, Claudio Luperto, Alberto Di Chiara, Franco Causio, Beto Barbas, Pedro Pasculli, Francesco Moriero, Antonio Conte, Gigi Garzja, Marco Baroni, Giuliano Terraneo, Mazinho, Mino Francioso, Francesco Palmieri, Rosario Biondo, Fabrizio Lorieri, Ernesto Chevanton, Guillermo Giacomazzi, Davor Vugrinec, David Sesa, Andrea Agostinelli, Marco Cassetti, Valeri Bojinov, Mirko Vucinic, Cedric Konan, David Di Michele, Juan Cuadrado, Luis Muriel. Solo per citare i più rappresentavi di alcune stagioni memorabili.

Abbiamo ricordato dirigenti e presidenti dal 76' ad oggi, senza mai perdere d’occhio la parte più bella e consistente del calcio: noi tifosi. Il nostro ruolo, domani, sarà quello di gridare ancora e sempre Forza Lecce.

Grazie a tutti.



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