Arrotondamenti erronei della banca, utente salentino presenta ricorso: l’ABF gli dà ragione

L’utente di una banca si accorge di alcuni arrotondamenti non esatti sui tassi d’interesse nei contratti a tasso variabile. Storica decisione dello scorso dell’Arbitro Bancario Finanziario del collegio di Napoli, che dà ragione al consumatore.

Non tutti siamo matematici o esperti in scienze bancarie. Eppure, qualche volta, anche un semplice utente potrebbe accorgersi che le operazioni del proprio istituto di credito non stiano procedendo coi calcoli corretti. Per carità, può succedere, errare è umano. Il caso ha voluto che un signore idruntino segnalasse le sue perplessità allo “Sportello dei Diritti”, presieduto dall’avvocato Giovanni D’Agata. E alla fine? Con decisione dello scorso 28 aprile, l’Arbitro Bancario Finanziario del collegio di Napoli dà ragione al consumatore, condannando la banca, a causa di alcuni tassi d’interesse nei contratti a tasso variabile arrotondati a proprio esclusivo vantaggio.
 
Un’importantissima decisione da parte dell’ABFscrive D’Agatache la nostra associazione segnala in anteprima e che potrà avere potenziali riflessi su migliaia di contratti di mutuo analoghi giacché la prassi denunciata dall’attento consumatore riguarderebbe la generalità dei contratti di tal tipo”. Questa, in sintesi, la notizia. Occorre però entrare meglio nei dettagli, raccontando i passaggi minuziosamente
 
Tutto nasce da quando la persona originaria di Otranto si accorge che il suo contratto di mutuo a tasso variabile – stipulato nel luglio 2011 – stesse presentando delle anomalie:la banca mutuante aveva proceduto, nel corso degli anni, all’aggiornamento erroneo su base trimestrale della misura del tasso contrattuale. Ovvero, aveva provveduto ad arrotondare a proprio esclusivo vantaggio il parametro di riferimento eletto in contratto (Euribor-365 a tre mesi, quotazione due giorni lavorativi precedenti), prendendo in considerazione anche i “millesimi” del relativo valore, nonostante tra le parti fosse stato concordato l’arrotondamento al centesimo, e cioè lo 0,05 superiore.
 
Lo stesso cittadino rileva poi, in data 1 maggio 2014, un “aumento ingiustificato” dall’1,80% all’1,85% del tasso di interesse regolante le rate di maggio, giugno e luglio 2014 nonostante l’Euribor nei due giorni lavorativi precedenti all’1 maggio (29.4.2014) risultasse pari a 0,35%; quindi sommando lo spread (l’unico profitto per la banca) di 1,45% la somma totale è di 1,80%. A seguito delle ricognizioni del rimborso sin lì eseguito, poté rilevare che la prassi seguita dall’intermediario finanziario fosse quella “normale” tanto che anche nei mesi di agosto/settembre/ottobre 2012, novembre/dicembre/gennaio 2013 e febbraio/marzo/aprile 2014 il tasso di interesse non corrispondeva a quanto invece avrebbe dovuto ammontare.
 
Viste tali incongruenze e la sorpresa manifestata dagli operatori della stessa banca alle legittime richieste di spiegazioni, l’utente presenta ricorso lo scorso 13 giugno 2014, allegando anche un preciso prospetto di calcolo all’Arbitro Bancario Finanziario del Collegio di Napoli. Che, nonostante le resistenze dell’istituto di credito con decisione prot. N. 0003262/15 dello scorso 28 aprile sul ricorso n. 0608908/2014, dà completamente ragione al consumatore, disponendo il diritto del ricorrente alla rideterminazione del tasso d’interesse nei sensi di cui in motivazione e condannando l’intermediario a corrispondere alla Banca d’Italia la somma di 200 euro quale contributo alle spese della procedura e al ricorrente la somma di 20 euro quale rimborso della somma versata alla presentazione del ricorso.
 
Si legge in motivazione infatti: “In conclusione, l’interpretazione che appare più corretta della clausola di cui all’art. 5 del contratto qui dedotto, alla luce dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e seguenti del codice civile, con particolare considerazione per la regola dell’interpretatio contra proferentem di cui all’art. 1370 c.c. (peraltro, sostanzialmente riprodotta nell’art. 35, 2° comma, cod. consumo), induce il Collegio ad affermare come le correzioni della seconda cifra decimale, al fine di operare l’“arrotondamento allo 0,05 superiore” siano giustificate solo quando la detta cifra centesimale sia diversa dallo 0 o dal 5, con questa particolare avvertenza, che se la cifra è compresa tra 1 e 4 l’arrotondamento è alla cifra superiore 5, mentre se la cifra è compresa tra 6 e 9, l’arrotondamento conduce alla correzione anche della prima cifra decimale dopo la virgola (es. 0,39 va arrotondata a 0,40).

"Diversamente, la soluzione che è stata concretamente applicata dall’intermediario non può essere condivisa, e la sua erroneità è dimostrata dalle conseguenze che essa trae con sé: tutte le somme sarebbero bisognose di arrotondamenti, anche nel caso in cui si abbiano già in partenza valori pari a multipli di 0,05. L’interpretazione propugnata e applicata dall’intermediario presuppone, infatti, un'indebita equiparazione tra la nozione di “arrotondamento” e la distinta nozione di “maggiorazione".



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