Inchiesta case popolari. La valanga partita da un sassolino lanciato da una madre disperata

Tutto cominciò nel lontano 2012 negli ultimi giorni di campagna elettorale che avrebbe portato alla rielezione del Sindaco, Paolo Perrone. Una famiglia denunciò il tentativo di voto di scambio. Furono giorni di querelle centrosinistra-centrodestra.

All’indomani delle dichiarazioni di fuoco rilasciate da una famiglia leccese che non aveva esitato a raccontare di aver ricevuto “promesse” in cambio di voti durante l’accesa campagna elettorale per le amministrative nel capoluogo salentino nel lontano 2012 tutti, ma proprio tutti, indignati, avevano chiesto di fare chiarezza. Un’affermazione quella della giovane coppia residente in un palazzo Iacp in via Don Giacomo Alberione, zona settelacquare, che aveva scatenato una vera e propria bufera nella politica locale, in un periodo poi – quello delle comunali –  in cui Paolo Perrone si giocava il mandato di rielezione a Palazzo di città dopo una sfida stravinta alle primarie contro Paolo Pagliaro e Luigi Rizzo.
 
Nessuno avrebbe mai immaginato che quando le forze dell’ordine –  l’ufficiale giudiziario, gli agenti di polizia e l’assistente sociale  – avevano bussato all’appartamento del complesso Agave dove i due vivevano per eseguire  lo sfratto esecutivo, lo sfogo di una madre disperata con due figli piccoli a carico davanti al rischio sempre più concreto di finire in strada sarebbe diventato un vero e proprio caso che oggi sta facendo tremare i piani alti. «Durante le elezioni sono venuti in casa mia per chiedere il voto, lasciandomi 120 euro e tre buoni di benzina da trenta euro insieme alla promessa di un lavoro e di un alloggio sicuro e ora vogliono sbatterci fuori» aveva denunciato la signora senza pensarci due volte. E lo aveva fatto per di più ai microfoni di una emittente tv locale. Parole pesanti come macigni, che non potevano cadere nel dimenticatoio.  
 
«Fuori i nomi e i cognomi» avevano tuonato da più parti alcuni esponenti politici. Così, in men che non si dica le voci hanno fatto il giro della città barocca, alimentando i dubbi da un lato sulla veridicità della corsa a Palazzo Carafa e dall’altro sulle dichiarazioni della famiglia leccese. I sospetti si sono concretizzati poi in un esposto alla Procura della Repubblica. A prendere carta e penna fu l’allora candidata del centrosinistra, eletta dalle primarie, Loredana Capone che aveva formalizzato il tutto in una lettera indirizzata anche al Comando dei Carabinieri, alla Questura di Lecce, oltre che al prefetto Giuliana Perrotta. Stessa cosa avevano  fatto anche i parlamentari del Partito Democratico Teresa Bellanova e Alberto Maritati che avevano fatto richiesta al Prefetto di vigilare sull'assoluto divieto di introdurre in cabina macchine fotografiche o telefoni cellulari. Già perché per dimostrare la “fedeltà” all’impegno preso si sarebbe dovuto documentare la croce sulla scheda corredandola con tanto di scatto fotografico.  
 
L’altro competitor, Paolo Perrone aveva rispedito al mittente tutte le accuse liquidandole come un “modo di sparare nel mucchio, nel disperato tentativo di raccattare qualche voto”. Non solo, si sfiorò la rissa sotto il palazzo di Giustizia tra le frange dei due schieramenti politici opposti con gli esponenti del centrosinistra che gridavano al voto di scambio in corso e con quelli di centrodestra che minacciavano controdenunce e querele.
 
Due anni dopo, nell’inchiesta sull’assegnazione delle case popolari a Lecce, spuntano quattro indagati. Si tratta di nomi eccellenti: due assessori della giunta Perrone (uno – Attilio Monosi- con delega alla casa e l’altro – Luca Pasqualini – con un passato da dirigente dell’ufficio casa del comune di Lecce), il vicepresidente del Consiglio comunale Antonio Torricelli, noto e storico esponente del Partito Democratico e il dirigente comunale Lillino Gorgoni. Ma questa è cronaca recente e saranno le prossime ore a far comprendere meglio gli sviluppi della vicenda.  



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