Il doppio salto, dalla C alla A. Le stagioni di Giampiero Ventura a Lecce – VI puntata

La sesta puntata del nostro percorso racconta del passaggio epocale fra la presidenza Jurlano e quella del Gruppo Semeraro. Dal mesto ritorno in serie C, dopo vent”™anni, alla immediata doppia promozione in A con Giampiero Ventura in panchina.

La sesta puntata del nostro percorso racconta del passaggio epocale fra la presidenza Jurlano e quella del Gruppo Semeraro. Dal mesto ritorno in serie C, dopo vent’anni, alla immediata  doppia promozione in A con Giampiero Ventura in panchina. Si consolidava la visione manageriale di Giovanni Semeraro e il Lecce si apprestava a vivere il suoi tempi d’oro con tante, tante stagioni in serie A.

Quella di Lecce sarebbe stata l’ultima stagione di Rino Marchesi come allenatore, il tecnico dopo una gloriosa carriera quasi ventennale su panchine principalmente di serie A non allenò più. Il sipario calava nel peggiore dei modi con una retrocessione da record, ovviamente record negativi.
Si tornava in serie B, ma la stagione ’94 – ’95 sarebbe stata, se possibile, peggiore di quella precedente.
Fu un anno di transizione. Franco Jurlano dopo quasi vent’anni aveva passato il testimone a Giuseppe Bizzarro, in attesa di consacrare il passaggio dell’Unione Sportiva Lecce nelle mani di Giovanni Semeraro e del suo Gruppo imprenditoriale.

Intanto il nuovo allenatore del Lecce era Luciano Spinosi, vecchia fiamma giallorossa, ma dei giallorossi della Roma.
L’inizio del campionato per il Lecce fu tragicomico, Spinosi venne esonerato all’undicesima giornata dopo 6 pareggi e 5 sconfitte. Non solo non aveva mai vinto, ma si era imbattuto in un disastroso infortunio collettivo, dal punto di vista della dignità, perdendo 1 – 7 in casa contro il Palermo all’ottava giornata.

Sulla panchina del Lecce alla dodicesima giornata sedeva Edy Reja. Il tecnico friulano aveva accettato un caso disperato ma confidava nell’impresa impossibile.  Le cose, però, cominciarono male da subito anche per lui. Dopo la sconfitta in casa con la Fidelis Andria arrivarono due flebili segnali di speranza, il pareggio sul campo della capolista Piacenza e la vittoria in casa contro l’Ascoli. Al Via del Mare finalmente era arrivata una vittoria. Si trattava della prima vittoria di quel campionato, alla quattordicesima.

Un Lecce scarico, improduttivo e senza idee, trascinò i suoi destini fino alla fine del girone d’andata poi, dopo la sconfitta sul campo dell’Acireale, altra candidata alla serie C, Reja decise di rassegnare le dimissioni, comprendendo che in una terra di nessuno societaria, l’abisso della serie C sarebbe stato inevitabile.
Non era più questione di allenatore, ormai era chiaro a tutti. Lo stadio sembrava “nu campusantu”, come ebbe poeticamente a definirlo Bruno Petrachi, indomito cantore leccese, in una delle sue stornellate. Con Piero Lenzi e Ruggero Cannito in panchina le cose non andarono meglio. Il Lecce finì il campionato all’ultimo posto.
Dopo 19 anni i giallorossi si trovano nuovamente in C. Subentra una nuova dirigenza, il futuro sembra più roseo.
Ricominciare e ricominciare bene, questo è l’imperativo e soprattutto far tornare la gente allo stadio dopo il deserto delle ultime giornate dell’anno prima.

Per la stagione 1995 – 96 il nuovo presidente Mario Moroni e il team manager Ezio Candido, vecchia gloria giallorossa degli inizi degli anni settanta, scelgono il nuovo allenatore nella persona di Gianpiero Ventura.
Ventura, quasi sconosciuto ai tempi, avrebbe avviato a Lecce la sua formidabile carriera.
Il suo Lecce, brillante nel gioco, solido e spettacolare, vinse il campionato e dimostrò a tutti che il nuovo patron Giovanni Semeraro aveva obiettivi chiari e mezzi consistenti. La squadra era di categoria superiore e vincere il campionato di C servì a far tornare l’entusiasmo. Con tre punti in più sul Castel di Sangro, secondo classificato, il Lecce raggiunse la serie B al primo colpo.
Buona la prima allora, ma c’era da fare la serie B.
E non era un gioco da ragazzi perché se la giocavano squadre fortissime quell’anno: il Pescara di Delio Rossi, il Genoa di Attilio Perotti, il Bari di Eugenio Fascetti, l’Empoli di Luciano Spalletti e il Brescia di Edy Reja. Proprio lui, quel Reja che si era dovuto arrendere due anni prima sulla panchina del Lecce e che adesso invece si apprestava a vincere il campionato alla grande con il Brescia che aveva appena salvato dalla serie C.

Alla fine in serie A sarebbero andate Brescia, Empoli, Lecce e Bari. Ma la squadra che divertì più di tutte fu il Lecce di Gianpiero Ventura.
I tifosi ricordano ancora il tandem d’attacco composto da Cosimo Francioso e Francesco Palmieri, e con la mezza punta Vincenzo Mazzeo che correva sulla linea laterale destra del campo, come un fenomeno.
In porta c’era uno dei portieri italiani più forti degli anni novanta: Fabrizio Lorieri, capace di parate spettacolari che tutti ancora oggi ricordano.
L’apoteosi era servita con due promozioni consecutive. Si passava dalla C alla A in un baleno. I tifosi erano alle stelle, i critici si erano estinti, molti si appassionarono al calcio in quegli anni, tanti si fecero contagiare dal virus giallorosso.

All’ambiente leccese Semeraro sembrava un marziano sceso sulla terra a fare una vacanza, ma il rapporto con i tifosi e l’ambiente non sarebbe stato mai davvero idilliaco. Anzi, nessuno sa spiegarsi perché a fronte di tanti successi la dirigenza Semeraro non sia entrata mai nel cuore della gente.
Certo è che se contano i risultati, mai nessuno ha fatto di più e di meglio nel calcio leccese.
Il primo anno di serie A dell’era Semeraro era un’incognita. Gianpiero Ventura, bravo ad annusare l’aria, colse nel vento qualcosa di strano e decise di lasciare Lecce. Insomma Ventura fece una scelta di vita, alla serie A preferì la serie B, e accettando la proposta del Cagliari dimostrò di avere fiuto professionale oltre che intelligenza tattica. Il Cagliari infatti fece un campionato da incorniciare e Ventura colse la sua seconda promozione in serie A in appena due anni.
Al Lecce le cose sarebbero andate diversamente.

Sulla panchina del Via del Mare arrivò un giovane allenatore, uno che non avrebbe fatto miracoli in terra salentina, ma che poi sarebbe diventato uno degli allenatori italiani più bravi in assoluto: Claudio Cesare Prandelli.
Il nuovo tecnico non sapeva cosa avrebbe trovato a Lecce. La solida società non prefigurava un’altrettanto solida avventura in serie A. Il Lecce partì male, anzi malissimo. Cinque sconfitte consecutive fecero ripiombare i tifosi nella depressione post promozione, quella che coglieva sempre puntuale la nuova squadra in serie A, Mazzone a parte ovviamente.

Nemmeno un grande allenatore come Cesare Prandelli, poteva fare molto. L’allora team manager Ezio Candido, anni più tardi, ha dichiarato che secondo lui Prandelli è stato il migliore allenatore che il Lecce abbia avuto negli anni di Semeraro. E il giovane tecnico lo avrebbe dimostrato già l’anno dopo a Verona, vincendo il campionato di serie B.
Oggi Prandelli è addirittura il Commissario Tecnico della Nazionale italiana, ma in quel lontanissimo ’97 – ’98 venne esonerato alla diciottesima giornata. Dopo tre giornate con Angelo Pereni in panchina il Lecce riprese Nedo Sonetti, sfortunato ai tempi della precedente serie A nel ’93 – ’94 e ancora poco fortunato quell’anno, visto che il Lecce sarebbe retrocesso senza troppi indugi.
Poi però, da maestro della serie B, Sonetti avrebbe fatto il colpetto l’anno dopo, un anno che avrebbe aperto un decennio di gloria senza pari per il Lecce di Giovanni Semeraro e figli. Ma questa è storia della settima puntata



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