Estorsioni e minacce. L’infiltrazione mafiosa nei lidi gallipolini: ecco come agivano

Operazione Baia Verde-Gallipoli. Quindici gli arresti in provincia di Lecce alle prime ore di questa mattina, operati dai Carabinieri del Ros per spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione con l’aggravante delle modalità mafiose.

Associazione mafiosa, spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione con l’aggravante delle modalità mafiose. “Vecchi” reati operati da volti “nuovi”. Giovani sì, ma con un’eredità criminale ingente, tale da permettergli di controllare il territorio avvalendosi di quell’aura intimidatoria naturale. Cambia la pelle, insomma, ma rimane lo scheletro.

Alcune novità, però, sono emerse nel corso delle indagini dell’operazione denominata “Baia Verde” – condotta dai Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Lecce– che ha portato, all’alba di oggi, all’arresto di 15 soggetti appartenenti al Clan Padovano di Gallipoli e alla frangia salentina della Sacra Corona Unita.

Secondo gli inquirenti, quello della criminalità organizzata salentina è stato un vero e proprio “salto di qualità”. Questa volta, infatti, non si è trattato solo di “taglieggiare” gli imprenditori balneari, ma addirittura di estromettere dal campo gli imprenditori sgraditi e, quindi, sostituirli in maniera silenziosa, imponendo i propri uomini e le società controllate dagli stessi in settori nevralgici del turismo estivo, come quello delle agenzie di sicurezza.

E’ proprio quanto accaduto a Gallipoli. Oltre alle discoteche della città bella, il controllo era esteso anche alla gestione dei parcheggi, attraverso la società “Lu rusciu te lu mare”. Per dare parvenza di legalità, era stato addirittura richiesto al comune di Gallipoli il rilascio delle autorizzazioni per la gestione dei parcheggi. Ma, dopo i ritardi dell’amministrazione, Parlangeli in persona si è presentato negli uffici comunali.

L’attività di security, invece,  era stata generalmente gestita, sino all’anno 2012, dal referente gallipolino di un’agenzia investigativa napoletana, il quale tuttavia, all’inizio dell’anno 2013, è stato destinatario di numerosi attentati di natura chiaramente intimidatoria. La matrice degli episodi è apparsa sin da subito univoca.

Il sodalizio mafioso era infatti ormai interessato alla gestione diretta dell’attività tramite agenzie dallo stesso controllate. Gli operatori economici della zona, infatti, da quel momento non hanno più rinnovato l’incarico di provvedere alla sicurezza dei locali al precedente referente, e ciò è avvenuto in modo assolutamente generalizzato e senza eccezione alcuna, evidentemente per paura di ritorsioni da parte del clan. Il precedente responsabile della security nei locali ha peraltro subito pesanti intimidazioni anche di persona da parte di Roberto Parlangeli, il quale, dapprima gli aveva ingiunto di aumentare il costo di ogni unità utilizzata nel settore della sicurezza da 95 a 105,00 euro e di corrispondergli la differenza, poi di consegnargli la somma di euro 10.000,00 a fine stagione estiva 2012 e di non operare più in prima persona nel settore della security e di affiancarsi a Fabio Pellegrino, affermando che a Gallipoli ormai comandava lui e che ogni decisione doveva passare da lui. Un operazione ad evidente stampo mafioso, alimentata dalle dichiarazioni di appartenenza alla frangia della “sacra corona unita” operante a Gallipoli.
 
La scelta del sodalizio mafioso è quindi  inizialmente ricaduta sull’agenzia di security facente capo Fabio Pellegrino che, infatti, ha concluso un contratto con un’importante discoteca gallipolina -sempre alla presenza di Roberto Parlangeli, cognato di Angelo Padovano e personaggio emergente della criminalità organizzata locale- e di  Amerigo Liaci.
 
Successivamente, a causa di sopravvenute complicazioni burocratiche legate alla mancanza di regolarità della licenza per la gestione della security, il sodalizio ha fatto ricorso all’agenzia investigativa gestita da Luca Tomasi, legato al clan Tornese di Monteroni. E’ stato in questo momento che sono apparse le evidenti prove di una volontà di inserimento a pieno titolo nella gestione imprenditoriale della zona. Il titolare di uno stabilimento, infatti, aveva ingaggiato l’agenzia di sicurezza di Tomasi, dopo aver  ricevuto un messaggio intimidatorio. “Ragioni di opportunità”, così i altri due titolari hanno giustificato il sintomatico riferimento al ricorso dell’agenzia di Tomasi, al posto di quella precedente.
  
Il tentativo di infiltrazione delle attività economiche si è evidenziato anche nel comportamento tenuto da Robereto Parlangeli nei confronti di un imprenditore nel settore del movimento terra, al quale ha imposto con prepotenza la gestione diretta dei lavori di minore entità.
 
Quanto emerso dall’operazione “Baia Verde”, è apparso agli investigatori non solo significativo dell’assoluto controllo criminale del territorio da parte del Clan Padovano, ma anche e soprattutto della capacità dello stesso di imporre la propria volontà nella zona di competenza, anche senza porre in essere necessariamente atti di intimidazione “tipicamente” mafiosi, connotati da violenza o da atteggiamenti apertamente prevaricatori.
Un controllo “silenzioso e meccanico”, tipico di chi è conscio della propria caratura criminale. Un macigno che si abbatte sulla popolazione che, consapevole delle violenze o delle minacce perpetrate nel passato, vive in uno stato di assoggettamento che rende inutili atti di violenza.